La parola come promessa. Intervista a Federico Scaramuccia

di Marco Paone

In Come una lacrima, rileggi attraverso una narrazione corale e metricamente elaborata la concatenazione degli eventi dell’11 settembre e la reazione scaturita dall’eco televisiva. Alla luce degli attentati che stanno attraversando l’Europa e della loro risonanza nei social network, quali sono gli aspetti che ritieni ancora attuali della tua prima raccolta?

Tutto è mutato, nulla è mutato. Il “conflitto mondiale” è ancora ben saldo, ma le radici si sono ramificate, tra spirali di filo spinato e muri (reali e ideologici). E in questo rinnovato intreccio il campo bellico non ha più alcuna recinzione: ognuno, volente o nolente, è chiamato a essere (spettatore e) attore di una guerra sempre più asimmetrica. Per cui la «lacrima» resta ancora la “macchina da presa” per eccellenza: esporre il dolore per farne uno strumento di controllo. Se mai, si hanno letteralmente in mano strumenti molto più raffinati e invasivi dal punto di vista tecnologico e sociale per (dis)orientare le masse, oltretutto alla portata di chiunque ormai. Questa parcellizzazione estrema rappresenta ogni volta, proprio perché incontrollabile, un’arma micidiale di diffusione, diversione e dispersione che ha un unico, immutato intento: promuovere lo scontro inducendo alla polarizzazione in luogo della convivenza e del rispetto reciproco.

 

«Guarda lassù qualcosa macchia il cielo / buca l’azzurro lasciando una traccia / non nuvola per ora appena un velo // come una lacrima che non si stacca / appanna gli occhi in volo all’orizzonte / appena uno sguardo sulla minaccia». Se, nel libro succitato, la lacrima era il simbolo della realtà mediata in maniera ‘patologica’, che elemento sceglieresti per rappresentare la situazione mediatica e gli avvenimenti tragici a cui assistiamo?

Una massa (che mi include) per lo più involuta o comunque in involuzione maneggia, irretita in un non-luogo, una tecnologia già avanzata e che tuttavia si evolve prima che possa essere posseduta appieno:per sintetizzare quest’arma micidiale di diffusione, diversione e dispersione, che è il frutto di una deriva del Capitale, di una sua volontà cinica e finalizzata, userei forse il concetto di “fuga degli interpretanti” («l’ombra de l’ombra», avrebbe detto Tommaso Stigliani).

 

Sembri quasi ricalcare l’insegnamento fortiniano “della maniera e dal vero”, visto che in generale tendi ad utilizzare un linguaggio netto, che non lascia scampo, imbrigliato nella metrica e nella musicalità di rime e assonanze, quasi a condurre il lettore attraverso il canto verso l’introiezione e l’assimilazione del ragionamento/narrato poetico. Che peso ha l’oralità nella tua poesia?

La poesia è canto, ossia “mettere in musica” le parole. E la metrica è il medium, «il luogo in cui si tenta il contatto» con l’altro, per dirla con Gabriele Frasca, quel complesso di «regole d’innesto» necessarie per il corpo a corpo fra testo e fruitore. È la forma, insomma, ciò che permette memoria e comunicazione. E ora che le nuove tecnologie obbligano a una percezione di tipo orale, è necessario tornare alle origini, a una forma che tenga nuovamente conto dell’oralità, trovando ogni volta la “maniera” per incidere le “verità” nel cranio del fruitore, anzitutto (riutilizzando le parole di Cecilia Bello Minciacchi) «forzando l’arbitrarietà tra significante e significato, così che nessuna relazione fonica sia mai neutra». Una forma, quindi, che non è né inerte né inerme, ma che si arma per muovere (contro) chi è in ascolto. E un linguaggio che certo non «lascia scampo», ma che non si dà mai “una volta per sempre” e che pertanto non può (e non deve) essere «netto». Un linguaggio per così dire “a precipizio”, che, invece di condurre verso «l’introiezione e l’assimilazione» di una verità, disorienta e spinge con l’aiuto del metro nel baratro che quella verità apre. Dentro al dato formale, dunque, la vertigine del senso, in cui indugia irretito lo sguardo in caduta libera del fruitore.

 

«Incerta pulsa una voce nel corpo / mostrando come sia ridotto il limite / nel balbettio il fracasso color porpora / e il silenzio atroce dopo ogni crimine». In Canto del rivolgimento alla fermezza della prosodia si contrappone un paesaggio di scene quotidiane in cui l’orizzonte d’attesa dei suoi protagonisti è limitato. Se Come una lacrima appare, soprattutto nel poemetto finale, quasi una preghiera laica, nel tuo ultimo libro la poesia, più che consolare il lettore, si limita a descrivere una realtà in crisi. Che ne pensi?

Entrambi i libri descrivono una «realtà in crisi», anche perché altra realtà non ci è data. Allo stesso modo, nessuno dei due libri ha alcunché di consolatorio, perché la poesia per poter essere opera di salute deve incidere, e quindi “fare male”. Né, in particolare, il Canto del rivolgimento «si limita a descrivere» lo stato presente delle cose, a cominciare proprio dall’epigrafe tratta dalla Lettera ai Romani («tutta la creazione geme ed è in travaglio»), la cui presenza (peraltro, in posizione iniziale) indica già in sé, sia pure indirettamente, una possibile apertura dell’«orizzonte d’attesa», che solo a noi «increduli» appare «limitato», poiché da noi puntualmente disatteso. Nel passo in questione, infatti (estrapolato da un brano più ampio e articolato, ovviamente), Paolo di Tarso subordina il «travaglio» alla speranza. Il «travaglio» è anzi ciò che alimenta la speranza, manifestandosi come il segno di un cambiamento prossimo a venire. La speranza di un qualcosa che ancora non si vede, ma che un giorno potrebbe essere. È vero, dunque, che il libro descrive il «rivolgimento» in atto (mettendosi in ascolto e facendo risuonare quel sotterraneo «sibilo acuto» che «tutta la creazione» in «travaglio» produce) disegnando un «orizzonte cieco», in cui la «creazione» in «travaglio» non riesce a portare a compimento la generazione (il «rivolgimento», infatti, è «infertile», ossia capace di concepire, ma non di condurre a termine la gravidanza). Tuttavia, ci avverte fin da subito di un varco potenziale. Come poi si possa spezzare il cerchio e uscire dalla dimensione della speranza per dare infine corpo alla profezia, volutamente non si dice, almeno non esplicitamente. Anche se già l’abuso di nomi collettivi che percorre l’intero libro, insieme alla già vasta (per così dire devastante) gamma di indefiniti, suggeriscono una delle condizioni imprescindibili per la rivoluzione. Ed è proprio questo insieme indistinto a muovere un paesaggio che non ha nulla di realistico (non vi sono «scene quotidiane»), se non eventuali singoli elementi. Siamo di fronte, cioè, a un paesaggio figurale, che, anche quando parte da uno o più dati realistici, ricrea per lo più una realtà distopica, in cui ogni immagine, per quanto ci appaia chiusa, anzi proprio perché ci appare chiusa, nella misura in cui necessita ogni volta della (co)azione di chi ascolta per spiegarsi, non si dà mai “una volta per sempre”, ma si apre infinitamente. È perciò una parola dinamica, che muta nel tempo e nel tempo si rinnova.

 

In questo “avanzare di ruderi”, perché scrivere ancora poesia?

Proprio ora che «tutta la creazione» sembra inabissarsi irreparabilmente, risucchiata nel precipizio dell’emergenza, in continua ricaduta, l’abisso senza fondo della sospensione («tacita tarda la fine»), è un imperativo rifondare la “promessa”, tornando a essere comunità: testimoniare il proprio tempo e il proprio dissenso, dunque, produrre memoria, affinché il «travaglio» possa un giorno farsi generazione. E la poesia questo ci consente: rendere memorabile la parola, ma una parola che abbia il massimo grado di apertura, così da comprendere ogni complessità.

 

Hai insegnato prima nell’hinterland milanese e poi nella periferia romana. C’è spazio per la poesia nella scuola? Qual è la tua esperienza a riguardo?

Cresciuto in un ambiente familiare riformato (sono figlio di un pastore protestante), nel vano tentativo di contribuire alla ricostruzione di un tessuto connettivo su cui innestare nuovamente il corpo ormai disgregato della comunità, cercando di farmi ogni giorno più prossimo all’altro, agisco da sempre su due piani temporali per così dire inconciliabili: la dimensione della durata e quella del presente. Se alla poesia affido il compito di conservare per il futuro le verità acquisite dal passato, l’insegnamento nella scuola media mi permette invece di provare a incidere direttamente sull’oggi, agendo in prima persona, oltretutto, là dove più c’è bisogno, «ormai assente / il centro», in questa devastata “periferia” che avanza.

 

Federico Scaramuccia è nato a La Spezia nel 1973, ma è vissuto per lo più a Chiavari. Si è laureato in Lettere all’Università di Genova con una tesi sulla sestina novecentesca italiana e ha conseguito il Dottorato di Ricerca Internazionale in Italianistica presso l’Università di Firenze, curando l’edizione critica delle Rime di Gaspara Stampa. Dopo essersi formato professionalmente nelle scuole medie dell’hinterland milanese, si è infine trasferito a Roma, dove attualmente vive e ancora lavora come insegnante. Oltre ad avere sperimentato più volte il “plurale” (ad esempio, con Trilorgìa, Zona, 2006 e Sconcerto Triplo, Polìmata, 2009), in versi ha pubblicato Ninfuga (Ogopogo, 2008), Incanto (Onyx, 2010) e Come una lacrima (d’if, 2011). La sua ultima raccolta s’intitola Canto del rivolgimento (Oèdipus, 2016).

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