Noi siamo gli ultimi. Intervista a Giampiero Mirabassi

 

di Erinda Islami

 

Forse non tutti sanno che le sue prime poesie in dialetto (Ultimi nel 1999 e N sem dó nel 2000) sono state diffuse, come lei racconta, tramite audiocassette “regalate a chiunque, anche a sconosciuti per strada”. Nel 2010, invece, decide di metterle assieme in una prima pubblicazione intitolata Èrme (Guerra Editore, Perugia). Quali sono i fattori che hanno determinato questa scelta iniziale tramutata poi nella diffusione a stampa?

 

Il dialetto nasce, vive e decade sulle labbra della gente qualunque, non sui libri. Una poesia dialettale stampata si dà arie di eternità, anche se è destinata al macero prima che ingiallisca la carta dove si pavoneggia. Come di solito avviene. Per anni mi sono vantato, con qualche supponenza, che le mie poesie andavano dove andavo io.

Poi, alla fine, mi sono lasciato convincere da alcuni amici, poeti e non, che uno avrebbe una sorta di dovere alla pubblicazione, se ha qualcosa da dire alla cultura del suo tempo e della sua città. Ho cominciato con le audiocassette, proprio per l’oralità che il dialetto richiede. Poi ho avuto la debolezza di passare alla pubblicazione a stampa. Nell’ultimo lavoro Jardò ho comunque allegato un CD.

 

 

In una continuità tematica e stilistica, ad Èrme segue la pubblicazione di Argì (Perugia, Guerra Editore, 2011). Entrambe le opere si aprono con due poesie (La mi poetica e Sempr’uguale) contenenti una riflessione sulla figura del poeta, il quale viene metaforicamente paragonato ad un cinghiale, in Èrme, che subisce una sorta di metamorfosi e diventa un merlo, in Argì. Il poeta prima nfròcia l grugno à asaggià la terra molla, poi spicca il volo cantando “sempre uguale con quattro parole” di ciò che vi ha trovato: de vita e campi, de penzieri e gente. Crede che possa essere così tracciata una sua linea di sviluppo e maturazione poetica?

 

Si. In “Èrme” (Eravamo) ho rivissuto memorie di fatti, paesaggi, sensazioni, gente del mio passato, grufolando tra i ricordi, come appunto un cinghiale, che nella poesia si imbatte per caso, cogliendone il riflesso in una pozzanghera. In “Argì” (Tornare) prevale invece il pensiero, la poesia e il sogno, con le quattro note ad libitum del canto di un merlo, a richiamare la sofferta constatazione che parlo di un mondo che, come me, del resto, è al crepuscolo. Come se, insistendo nell’ evocarlo, disturbassi il presente degli altri.

 

 

All’interno di Jardò (Perugia, Morlacchi Editore, 2014) sono presenti sia poesie scritte in lingua che poesie scritte in dialetto di egual ricchezza stilistica, lessicale e di contenuto. In che rapporto vive o deve vivere, per lei, la poesia in dialetto con quella in lingua?

 

La poesia in dialetto, perlomeno nella mia città, si è confinata a lungo in una specie di ghetto. E’ a lungo prevalso, nella migliore delle ipotesi, un certo tipo di “trilussismo”, con ciò intendendo la forma sonetto con la bonaria e distaccata ironia di chi descrive un mondo popolare dall’alto, attento all’arguzia ridanciana. D’altro canto, i rari poeti dialettali autentici, perchè nati e cresciuti nel dialetto, non hanno che raramente manifestato un sicuro possesso della forma poetica, cercando ossessivamente la rima, spesso sdraiandosi sugli endecasillabi con la grazia di un bove sulla paglia. Ma è una  mia opinione, forse  errata e ingenerosa.

Solo recentemente sono apparsi contenuti e forme che hanno piena cittadinanza e dignità di poesia, prevalentemente da parte di poetesse colte e raffinate: penso alla Ciurnelli con l’insuperato “La città del vento”, la Farabbi, la Mogini. Io tratto la materia poetica alternando il dialetto, per la  sua robusta e densa espressività e aderenza al “terroso” e alla nudità dei sentimenti, con la lingua normata, quando invece sono spinto verso pensieri e moti d’animo per i quali il dialetto, nella sua povertà ed essenzialità di linguaggio, non offre, obbiettivamente, adeguati mezzi espressivi. Sono due strumenti diversi, insomma, come l’organetto e il pianoforte, raramente adatti a suonare uno stesso genere di musica.

 

Oltre alla poesia e alla produzione di testi teatrali ha scritto e pubblicato, insieme a Jardò, anche Chissà, un volume di racconti, di “storie impossibili”. Come nasce l’esigenza di questo lavoro di narrativa, per giunta “fantastico”?

 

Nasco umorista e narratore, prima che poeta. Scrivo in prosa quando ho  bisogno  di  spazi narrativi che non trovo nella sinteticità della forma poetica. Comunque quello di “Chissà” non è propriamente un genere fantastico. Parto sempre dalla descrizione di fatti, persone e ambienti reali e riconoscibili. Poi accade qualche cosa, spesso apparentemente assurda, non conseguente, non prevedibile, a sorpresa. Ma la conclusione e il giudizio li lascio quasi sempre al lettore. Molto incide in ciò,  la mia professione di avvocato. Attacco o difendo. La mia opinione personale sul  fatto non trapela e non  conta. Dopo “Chissà” ho pubblicato “Ossobuchi”, un romanzo sul tema.

 

 

Ombretta Ciurnelli l’ha più volte accostata a Tonino Guerra per l’attenzione rivolta alla civiltà contadina e per la poliedricità artistica. Un altro nome che a me viene in mente è quello di Franco Loi, in particolar modo per l’utilizzo in comune di un dialetto imbevuto di forme colte, di parole straniere, di termini e citazioni latine e di un linguaggio a volte spinto, ma verace. Si sente, in qualche modo, vicino a questi due grandi nomi della poesia italiana del novecento?

 

Sono del tutto vicino per materia trattata e sensibilità a Franco Loi e a Tonino Guerra, anche se i loro testi li ho conosciuti in un secondo momento. Con il compianto Guerra, mi accomuna l’attenzione, il rispetto e la nostalgia per un mondo rurale, che, pur vivendo in campagna, non riconosco più. “Ditelo ai buoi che l’è finita, che il loro lavoro non ci serve più, che oggi si fa prima col trattore”. Naturalmente è un accostamento per me lusinghiero, ma tra una collina e due montagne la differenza si coglie anche da lontano.

 

 

La vita umana (il falegname Simone, la Giovannina che fa palloni con la gomma, la fuga per amore di Ada, Decio, l’Adelina con la sua gonna svolazzante), la città (Via Bonazzi, Via Bruschi, Ponte Felcino, Montemalbe, Gubbio, Foligno, Terni), la natura vista in funzione dell’uomo-poeta e del contadino (entrambi preoccupati per le mine che distruggono per dare spazio a “roba d’architetti”), nostalgia del passato, la fede (profonda, ma non dispensatrice di verità assolute), la situazione morale ed economica del dopoguerra. Si tratta della rappresentazione di un mondo che ha molto in comune con quello del cinema neorealista italiano. Mentre Visconti, Rossellini, Vittorio De Sica, Alberto Lattuada ed altri hanno usato il mezzo della pellicola per far sì che resti ancora oggi in vita, crede che la poesia e il dialetto siano dei mezzi abbastanza potenti da non morire insieme a quel mondo?

 

No. Noi siamo gli ultimi, come dice la più popolare delle mie poesie. Dobbiamo essere consapevoli di questo. Siamo testimoni di un mondo e di un linguaggio che è moribondo, se non già morto. Resurrezioni non sono possibili, se non come operazione meramente culturale, confinata agli addetti ai lavori. Come i concorsi di poesia latina. Non ha parole il dialetto per un’ epoca fatta di benessere finto e di tragedie vere. Fatta di immagini virtuali e di slogans. E questo vale anche per poesia in lingua, dove certo non mancano le parole, che anzi…, mancano le cose.

 

 

Erinda Islami nasce nel 1993 a Bulqizë, in Albania. Vive a Perugia dove studia Lingue e Letterature comparate dopo aver ottenuto la laurea triennale in Lingue e culture straniere.

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