Tra trobar leu e trobar clus. Intervista a Tommaso Di Dio

di Eugenio Barzagli

Nei suoi testi, elementi del paesaggio e particolari anatomici vengono spesso affiancati. In alcuni casi, addirittura, sembra che lei tratti il paesaggio ed il corpo come fossero la stessa cosa. Ad esempio, in un testo di Favole, lei scrive “(…) Ti prego, tieni a mente tu / il paesaggio scavato di strade, questo volto grande”. Quali sono, nella sua poesia, i punti di tangenza tra corpo e paesaggio?

È una domanda molto suggestiva, questa che tu mi poni; e che mai prima mi era stata posta. Sono contento che tu mi inviti a ragionare su questo aspetto perché è qualcosa che in effetti appare molto spesso nelle mie poesie. Ovviamente non ho una vera e propria ragione per cui scrivo così; ogni fenomeno stilistico è compulsivo: è un sintomo. Credo nondimeno sia legato alla mia formazione rinascimentale: mi sono infatti laureato sulla poesia del ‘500 e non ho mai smesso di amare quell’epoca. Soprattutto negli anni in cui Favole si stava scrivendo, ho dedicato una grande attenzione ai Sonnets di Shakespeare. Mi ha sempre colpito la connessione, il legame: la constatazione che gli elementi della realtà, quelli che nella conoscenza appaiono analiticamente divisi e distinti, si presentino, a ben vedere, proprio più quanto approfondisci la scrittura, come esperienza di profonda unità. La poesia, legando parola dopo parola, imita questa connessione, questa harmonia, questa commessura fra le cose: prova e – se riesce – riporta all’unità questa frammentazione dei distinti. Capita dopo che si è attraversato un grande testo: senti come se una serie disparata di elementi ha trovato una specie di redenzione. È il grande tema che altrove è stato toccato dalla magia, dall’astrologia e perseguito dagli alchimisti e poi anche dal Baudelaire delle Correspondances: la percezione della continuità fra micro mondo terreno e macro mondo stellare ha diramazioni vastissime. Nella mia poesia sento l’esigenza di legare il corpo al paesaggio per rendere partecipe il lettore di questa continuità, di questa catena: in ogni punto discreto c’è tutto il mondo, quindi per esempio in ogni parte del corpo amato si estende la geografia della terra: ogni corpo è  mondo, è il mondo, letteralmente, come ogni corpo è un universo di senso. Questa esigenza spinge anche a dire il rovescio: non c’è paesaggio che non sia umano, poiché è sempre un umano che lo guarda; finanche ciò che non è umano, proprio in quanto è compreso come differenza radicale dall’umano. Ecco che quel verso di cui tu chiedi non dice altro che questo: rammemora, anche grazie a questa poesia, l’unità nella molteplicità; ogni cosa su cui posi lo sguardo è percorsa da sentieri e attraversata da moltitudini, ma è una, esattamente come il volto che al mattino ti ritrova allo specchio, con tutte le sue rughe e tutti i tuoi segni: tu non sei altro che questo.

La presenza di due personaggi: un io e un tu, questo mi pare che sia l’anello di congiunzione tra il suo primo e il suo secondo libro. Può raccontare, proprio a partire dal rapporto tra l’io e il tu dei suoi testi, perché la sua seconda raccolta si intitola Tua e di tutti?

È un fatto, è vero. Se per la poesia – così almeno mi sembra – non c’è mai un destinatario specifico (e se c’è è uno schermo, un gioco, uno scherzo del destino), è altrettanto vero che la poesia cerca, cerca disperatamente persone singolari che la facciano propria. In questo senso, non è importante che Laura sia esistita davvero; ma è decisivo che la poesia di Petrarca abbia trovato lettori che in quel tu si identificavano e si sapevano identificare. La poesia si rivolge infatti ad una dimensione personale, irriducibile, unica; auspica un luogo dove possa accadere come parola di senso, parola piena, parola significativa. Chiede dunque un lettore che sappia interpretare questo ruolo: il lettore di poesia è qualcuno che ha bisogno e che sa chiedere alla parola qualcosa di decisivo, di fondamentale per la sua vita. La poesia non dialoga con quella «oisive jeunesse\ à tuot asservie» per cui Rimbaud perse la vita; o, meglio, di un lettore così, pigro e letterario, la poesia non sa che farsene. Esige invece un lettore pronto a trasformarsi in quel composito e prometeico io\tu che la poesia mette in gioco; chiede di calarsi nella realtà presentata dal testo e di farla propria, di incorporarla di incarnarla: il lettore di poesia è uno sperimentatore di mondi, non uno spettatore di mondi. Sentivo questa esigenza, oscuramente, fin dai tempi del mio primo libro. Da un lato in Favole immaginavo che le poesie fossero disposte secondo un tragitto di sempre maggiore avvicinamento ad un’alterità, fino quasi al contatto fisico, dove sarebbe avvenuto l’annullamento di ogni distinzione; per poi scoprire che no, c’è sempre una parete, un confine: l’altro deve rimanere altro perché l’altro si dia, perché dia senso all’esperienza, perché esperienza vi sia: il sogno di annullare l’altro nell’incontro è uno dei maggiori pericoli, non solo della letteratura in Tua e di tutti invece dispongo i testi in sequenze di senso che sono avvicinamento non ad un tu, ma ad una parola che si radichi, innanzitutto per chi legge, in un’esperienza: in Tua e di tutti cerco, con maggiore consapevolezza, una parola che sia esperienza e non descrizione di un’esperienza. E che dunque possa accadere in ognuno, in ogni lettore come cosa sua, perché soltanto così, soltanto se ognuno va al fondo della propria singolarità e tocca se stesso, può incontrare gli altri; o meglio: gli altri degli altri, ciò cui il tutti del titolo allude. Credo che il sogno della parola poetica (almeno della mia) sia che essa abbandoni finalmente lo scrittore e le sue intenzioni e diventi altro illimitatamente. Spero con i testi che faccio di raggiungere un grado della parola tale da costringerla a diventare disposta e disponibile ad essere di tutti, senza che però perda il suo segreto di intimità, la sua profondità.

 

Nei suoi testi, a un intento costruttivo, un momento positivo e propositivo, fa sempre da contraltare una forza negativa e distruttrice. In Tua e di tutti, lei scrive “(…) e sono tutti gli alfabeti ordini / ordigni; foglie cadono assalti / le parole esplodono / e sono cera pasta biologia, non tengono / decadono. E allora t’alzi; e ricominci / insisti finché dura questo male / scrivere / le cose che passano”. La poesia è, dunque, una lingua provvisoria, un tramite, mai perfetto e sempre perfettibile, tra noi e il mondo?

Dici bene, rispetto a quello che sento adesso. La poesia non è una parola definitiva, detta una volta per tutte, né una parola totalitaria. È sì una parola che dice la fine, proclama e vive dentro la finitudine; ma è anche un modo, un mezzo con cui è possibile guadagnare un senso: e dunque va ripetuta, va messa ogni volta alla prova, va cimentata, va esposta. In questo sta la sua precarietà e la sua multimodalità: non c’è una poesia, né c’è una sola idea di poesia. La poesia è questo ordigno ogni volta da costruire insieme, da rifare e da fare nuovamente esplodere, che mostra e corrisponde alle comunità di senso da cui nasce. Dobbiamo infatti sempre ricordare che il canone di poesia è sempre tale in relazione ad un certo e dato tempo; è frutto di contrattazioni, ribaltamenti, censure, salti e recuperi. Non è immobile, niente è immobile in poesia. Se crediamo che autori come Dante, Omero, Virgilio siano lì come i monumenti, conosciamo davvero male ciò che avviene: esistono fin tanto che qualcuno li usa, ovvero li fa vivere nel proprio lavoro, sia esso critico-scientifico, sia artistico letterario. La storia della poesia è in realtà la storia della influenze e dei lasciti: una storia di effetti. Se condividi questa impostazione, penso tu possa capire quanto sia fondamentale che, parallelo alla cura della parola, ci sia una cura dei luoghi dove la poesia accade. Ogni comunità è in ricerca della sua poesia e contestualmente costruisce la propria tradizione e i luoghi dove essa possa meglio accadere, come specchio di sé. Ecco perché «se ne scrivono ancora»: nessuna poesia può essere la fine, perché, come l’enigma di cui scrisse Giorgio Colli nel suo lavoro sulla Sapienza greca, ogni poesia raccoglie e rilancia una sfida mortale per vincerla, per dire che si può, che «Death shall have no dominion», come scrisse Dylan Thomas. È possibile ancora oggi credere che il mondo sia? Ogni poesia forse in qualche modo tenta – come può, da dove può – di porsi questa domanda e al contempo di rispondersi, con Zanzotto, «Su, bello, su.\ Su Münchausen»…
In più luoghi della sua poesia si parla di concepimento, gravidanza, nascita. Chiaramente ciò avviene con maggiore insistenza nei testi di Per il lavoro del principio, che nascono proprio dal diretto contatto con gli ospiti del  reparto di neonatologia del Policlinico di Sant’Orsola, ma anche nelle altre sue raccolte si parla o si accenna a tutti questi temi legati a quella che lei chiama “vita nella vita”. Che importanza hanno questi nella sua poesia?

 

L’esperienza di scrittura nel reparto di neonatologia del Sant’Orsola è stata un’esperienza incredibile, per cui devo ringraziare gli amici Valerio Grutt e Stefano Vezzani che me ne hanno dato l’opportunità. Davvero lì ho sentito la parola e il cimento. Come si può dire quell’evento incredibile, straordinario e plurale e singolare insieme che è la nascita? Sono attratto dal tema del nascere perché credo che la poesia abbia molto a che fare con la possibilità di creare mondo; del resto, la parola stessa poesia, come sottolinea Aristotele, deriva appunto da un verbo greco che significa generare fuori di sé, generare qualcosa che infine rimanga estraneo rispetto a chi la produce. In questo senso, parlare di nascere è parlare dell’azione stessa della scrittura: poesia e generare sono praticamente sinonimi. Eppure non credo che sia solo per questo che nei miei testi si torna più volte su questo tema; penso che vi sia altro, intrecci molteplici, anche e sicuramente privati e personali. C’è, innanzitutto, un richiamo al poeta Antonio Porta, cui devo tanto negli anni della mia formazione giovanile: penso soprattuto al suo Poemetto con la madre. Poi si può aggiungere una reazione a tanta poesia disforica del ‘900. Molta scrittura del secolo scorso ha saputo trovare soltanto nel dolore l’intensità; ha ignorato la potenza propositiva della vita, l’eccesso felice, quello che invece nella nostra poesia delle origini era così presente ed era il tema già provenzale della gioia. Nel mio interesse per la nascita, intravedo poi un tentativo di associare la poesia al momento dove piacere e dolore sono fra loro così mischiati da essere laceranti e contigui. Poi quando si nasce, c’è il respiro che è già urlo; e l’urlo è l’antenato della parola. Vorrei che nelle miei poesie si sentisse l’eco lontana dell’urlo e del bramito animale: vorrei che nella parola apollinea della poesia vi fosse sempre e fosse avvertibile l’ombra di ciò che è precedente ad ogni civiltà, ciò che ci accomuna alle bestie, appunto: il desiderio di nascere, di procreare, di uccidere, di vivere; perché appunto la vita umana nasce all’interno di quella vita più vasta, più brada, più aperta e infinita che è la vita senza aggettivi, la vita che condividiamo con le pietre e con le piante, con le blatte e le serpi e infine con i corpi umani che ci circondano e da cui la vita umana prende forma e fa differenza. A tutta questa vita, il poeta non è soltanto nato; ma ne è il generatore, il genitore: nel senso che ne è anche responsabile. Il poeta è responsabile non dell’infinito accadere altro dal suo dire, ma del suo stesso dire: è questo che deve essere protetto e allevato per poter nascere senso altrove.


Tra il suo primo e il suo ultimo libro sembra che ci sia una forte connessione. Basti pensare ai titoli; se, infatti, la sua racconta d’esordio si chiama Favole, l’ultima si chiama Alla fine delle favole. È chiaro dunque che il termine che ricorre in entrambi i titoli è di fondamentale importanza nella sua scrittura. Cosa significa la parola “favola” per lei?

Mi viene in mente un brano di Pavese, tratto da Il mestiere di vivere, 26 Settembre 1941: «Non esiste un vedere le cose la prima volta. Quella che ricordiamo, che notiamo, è sempre una seconda volta». Il titolo Favole si richiama a questo, a questo inevitabile vedere per «una seconda volta», ovvero vedere la vita a distanza, attraverso la scrittura: le poesie non sono altro che favole della vita. Del resto, la parola favola vuol dire proprio parola, discorso o, se vogliamo usare una parola più ardita: mito. La parola – e la poesia questo non dovrebbe dimenticarlo – non può che ripetere la vita e comprenderla nella distanza del mito. Questa secondarietà (come mi è già capitato di indicarla) della poesia non indica una diminutio della parola poetica, come se fosse minorata rispetto ad un altro regime dei segni, magari più ricco e potente: no, non intendo questo. La condizione di secondarietà rispetto alla vita è originaria di ogni segno (su questo hanno riflettuto molto bene filosofi come Derrida e Sini sulla scorta di Platone). Ed è celebrata dalla poesia in maniera peculiare: la parola è favola dunque perché ricorda un’origine e indica una successione; ha di necessità una fonte che la precede (le parole nascono da un incontro, non sono mai autonome: le si è sentite dagli altri e per questo le si ripete) e propone un futuro di parole: le parole infatti si ripeteranno, altri ripeteranno le parole che hai usato perché le hanno incontrate grazie a te. Questa umiltà del segno, questa umiltà della poesia non voglio mai dimenticarla. Il prezzo è alto: una parola illusa e che illude, una parola che crede di essere totale, una parola irresponsabile che acceca, che dimentica le molte vie degli incontri e che magari si voglia “favola bella”, segno imperituro. Cosa c’è dunque Alla fine delle favole? Niente meno che le persone e il loro incontro, di cui la poesia non può che essere testimone.

 

 

Tommaso Di Dio è nato nel 1982, vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole (Transeuropa, 2009).  Ha tradotto, sempre nel 2009, una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, uscita nell’ Almanacco dello Specchio (Mondadori). Nel 2012, alcuni suoi testi sono stati inclusi nell’antologia La generazione entrante (Ladolfi Editore). Nel 2014 viene pubblicato il suo secondo libro di poesia Tua e di tutti (Lietocolle). Seguiranno poi due plaquettes: nel 2015 Per il lavoro del principio, nata all’interno dl progetto Le parole necessarie, in collaborazione con Il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna e l’Ospedale Sant’Orsola; e poi Alla fine delle favole (Origini, 2016).

 

Eugenio Barzagli è nato a Terni nel 1994, vive a Perugia dove studia Lettere Moderne. Ha intervistato alcuni poeti dialettali italiani per il sito Insulaeuropea.

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