I “passi” aiutano a creare una storia. Intervista ad Anna Belozorovitch

di Erinda Islami

Il debito è la sua ultima raccolta, che prende il nome da alcuni versi presenti nella penultima poesia all’interno della sezione Pensiero inespresso. Ciò che ne emerge è la mancanza di equilibrio nella vita dell’individuo in cui vi è “in più” o “in meno” con il risultato che esso si ritrovi in debito verso se stesso e verso gli altri e in un perpetuo rischio di naufragio del suo “io”. Che cosa ha mosso la scelta di questo titolo?

Come ha osservato, il titolo è anche quello di uno dei brani poetici presenti nella raccolta. Inizialmente, nello scriverlo, mi sembrava si trattasse più di uno scherzo, di una filastrocca giocosa ed ironica. Poi mi sono resa conto di aver detto qualcosa che per me rappresentava una delle domande più significative che in quel momento mi ponevo. La vita creativa, la bellezza del produrre qualche cosa che prima non c’era (e ciò vale non soltanto per l’opera artistica ma anche per i gesti d’amore, per la costruzione di relazioni con altri, per l’incontro con diverse manifestazioni del mondo che ci circonda) convive con una serie di altre azioni distruttive dalle quali non riusciamo ad esimerci. Ci accompagnano, segnano il nostro percorso, sono la nostra traccia tanto quanto, se non più di, ciò che abbiamo creato. Il rapporto tra le due cose mi tormentava e mi tormenta. La possibilità o meno di scelta tra le due vie è una questione che mi preoccupava e mi preoccupa. Volevo sottolineare come si è in perenne relazione con dimensioni diversissime dell’esistenza e come in ognuna ci si manifesta in maniere che sembrano quasi non appartenere a uno stesso individuo. Invece appartengono. Il debito forse costituisce il calcolo finale di tutte queste cose, una posizione perenne pure in uno stato di apparente movimento continuo. E così mi sembra inevitabile una perenne fame e sete di questa condizione di debito, perché è quella che – tragicamente – rappresenta un punto di equilibrio.

 

24 scatti è il titolo di un suo romanzo. La fotografia è un motivo che ricorre anche in una sua raccolta, Riflesso, in cui le poesie sono accompagnate da scatti. In che rapporto l’arte della fotografia e quella della letteratura vivono tra di loro?

Ci sono moltissimi rapporti possibili tra l’arte del linguaggio e l’arte della parola. Ma tra queste, credo che la fotografia e la poesia in particolare modo possiedono una parentela molto stretta. Si tratta di uno sguardo immediato e significativo nel suo insieme. Si tratta della proposta di un punto di vista che forse vedono anche altri, diversamente. Mi sembra che il contatto tra le due – anche in quei casi in cui l’una accompagna l’altra, nelle diverse combinazioni possibili – sia estremamente spontaneo e fruttuoso.

 

Lei usa varie forme d’espressione, la poesia, il romanzo, il racconto e il più sperimentale romanzo poetico. Come avviene per lei la scelta del genere?
Il genere che mi è più vicino, che non mi abbandona mai e che credo mi abbia accompagnato per tutta la mia esistenza è la poesia. Questo “tic” di scattare, appunto, fotografie al pensiero, è qualche cosa che fa parte di un modo di essere al mondo, al di là di quanto sia apprezzabile per altri il risultato dell’operazione. Ho scritto prosa quando ho voluto raccontare delle storie (ma anche qui, come nel caso dell’Uomo alla finestra, i versi possono essere uno strumento valido). Una narrazione è qualcosa di diverso da una fotografia. È il lento dipingere di un quadro, in cui il lettore è spettatore del processo. L’immagine finale si ottiene soltanto alla fine della lettura. Il testo accompagna gradualmente verso quella immagine, completando delle parti. Credo che quando ci si cimenta nella narrazione, soprattutto quella lunga, è implicito un invito al giudizio che non è presente nella poesia. Un racconto, ricco di dettagli, è ciò che offriamo al confidente, alla persona cara, al giudice, tanto per nominare le prime figure che mi vengono in mente. È come se si dicesse: “Il mio compito è dire tutto, così com’è. Il tuo/vostro, è quello di accogliere tutta la storia senza perderne delle parti”. Ma la storia in sé è qualcosa di ancora altro, come accade nella testimonianza di un evento realmente vissuto. Rimane la possibilità di raccontarla diversamente, è virtualmente plausibile sostituirne le parole e persino gli episodi, pur riferendosi allo stesso evento. Nella poesia non è così, le parole sono esattamente ciò che disegna il contenuto. Non garantisce né vuole garantire un’unica lettura, ma non può esistere in un’altra formulazione. In verità, se avessi dovuto rispondere a questa domanda anni fa, o anche solo poche settimane fa, probabilmente mi sarebbe venuto in mente altro. Questa è la risposta che mi sento di dare in questo particolare momento.

“Io so per certo che non ho mai chiamato un luogo casa mia” è il verso conclusivo di A casa mia (da Riflesso). Queste parole rispecchiano il suo ritrovarsi “errante” tra la natia Russia, il Portogallo e l’Italia? La mancanza di un vero e proprio luogo d’appartenenza, la diversità linguistica e quella culturale la limitano o danno maggiore libertà?

Il verso che cita sottintende qualcosa: “so di non aver chiamato un luogo casa mia… finora”. Si tratta di una poesia d’amore, in cui si identifica come casa quella dove vive la persona amata. La poesia parla di come sia difficile comprendere e definire l’amore verso qualcuno; ognuno di noi ha amato più di una volta, ha dichiarato amore più di una volta, e ogni volta aveva bisogno di identificarlo con un nuovo stadio, un nuovo modo di intendere l’amore stesso. Credo che questa preoccupazione esprima soltanto una forma di pudore: l’amore non è mai simile a se stesso. Forse l’amore non esiste di per sé ma è la voce dell’incontro tra due, di un incontro significativo, raro, diverso da tutti gli altri. E in quel caso è inevitabile che non possa somigliarsi a nessuna esperienza precedente. L’amore è ciò che quelle due persone sono, l’amore diventa il loro nome. Di fronte alla difficoltà di definire un sentimento, però, c’è la possibilità di osservare tutto ciò che lo circonda. Nel caso particolare del testo citato, si trattava di una liberazione dalla “ricerca di casa” che mi ha sempre accompagnato e che forse è comune a tantissime persone, immigrate e non. La ricerca non preoccupava più perché all’improvviso sembrava di trovarsi in un punto di arrivo. Questa sensazione preziosa mi ha accompagnato fino ad ora, è rimasta con me, è un tesoro che custodisco. L’attesa di un posto dove appartenere è sempre stata fonte di tormento e l’ho spesso percepita come una limitazione. Ora, decisamente, non più. Questo non significa che non possa o non voglia fermarmi, o che nulla mi appartenga. Significa, anzi, che sono io ad appartenere ad ogni cosa, senza paura. Non ho paura di disperdermi nei luoghi che attraverso, nelle lingue che parlo, nelle amicizie che la distanza o il tempo portano via o nei progetti che talvolta si interrompono. Come la fiamma può essere condivisa e donata senza mai esaurirsi, così è, credo, l’esperienza di essere vivi e presenti, la nostra comune esperienza di essere umani. Sentirsi a casa è una condizione che non dipende da quanto tempo si trascorre in un luogo, da quanto si è abili nel parlare una lingua, da quanto si conoscono delle tradizioni o dei modi di dire. Dipende molto di più da quanto si dà di se stessi, quindi anche dall’amore.

Il tema dell’incontro di Umbria Poesia a cui parteciperà è “Poesia e danza”: la dimensione dell’arte della danza sembra essere presente tramite la frequente ricorrenza del termine “passi” in alcuni suoi lavori, come in 5 passi e In qualcosa mi attende. “Passi” è per lei una parola chiave? È legato ad una simbologia particolare, a un’idea di poetica?

La danza è una parte molto importante della mia vita. Sin da quando ero bambina, ho danzato insieme a mia madre, avendo come figura di riferimento e, in un certo senso, modello, Isadora Duncan. Sono cresciuta in stretto rapporto con la musica, vista come linguaggio da tradurre in movimento. E mi sono abituata a pensare che il movimento avesse potenziale di pronunciare, dire e circoscrivere ciò di fronte a cui le parole erano impotenti. Forse è così, nonostante io abbia poi scelto le parole! Se i passi sono così presenti nei miei testi (e lo sono: una poesia alla quale tengo molto è proprio “Filo di passi”, che chiude Qualcosa mi attende), è forse perché tendo a dividere mentalmente il percorso fluido e imprevedibile dell’esistenza in stadi, passaggi da una posa all’altra, da un punto all’altro. Probabilmente è un errore, ma è anche una scorciatoia, un metodo che aiuta a non sentirsi disorientati di fronte alla mancanza di senso che talvolta si percepisce nell’osservare il proprio percorso. Si va in una direzione, si arriva altrove. Ma ecco che i “passi” aiutano a creare una storia, come quei punti che da bambini colleghiamo per disegnare l’immagine. Ecco, da adulti si impara invece a prendere le immagini, le linee, e a sezionarle in punti. Un “passo” potrebbe essere individuato in una qualsiasi sezione dell’esistenza: è come appoggiare la tazza di caffè su una tovaglia dalla stampa fantasiosa, tentando poi di riconoscere un significato speciale nel disegno selezionato dal cerchio marrone. È possibile, non è necessario, talvolta è utile. Per me, la danza resta più presente nel rapporto con il linguaggio in senso ampio, che nell’utilizzo concreto al lessico che le è proprio. La sfida della traduzione dell’esperienza, la scelta del ritmo come prova di autenticità, l’esposizione di sé tra ricerca della bellezza e riconoscimento dei limiti, queste sono le cose in cui l’incontro con la danza non cessa mai di accompagnarmi con la sua lezione.

 

 

Erinda Islami nasce nel 1993 a Bulqizë, in Albania. Vive a Perugia dove studia Lingue e Letterature comparate dopo aver ottenuto la laurea triennale in Lingue e culture straniere.

1 commento

  1. […] da Umbria Poesia. Dal Bianco ha prima incontrato gli studenti del mio liceo e poi, insieme ad Anna Belozorovich e Tommaso Di Dio, ha parlato di “Poesia e danza”. Un bel pomeriggio, pieno di idee e di […]

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