Il silenzio e l’esposizione. Intervista a Stefano Dal Bianco

di Artin Bassiri Tabrizi

Ho pensato molto a Cortàzar, leggendo “Ritorno a Planaval”, soprattutto a Rayuela. C’è un collegamento? Penso soprattutto al “Posto di Nelly”…

 

Come ho già detto svariate volte, cito spesso la prosa di Cortàzar, ho preso molto da lui in certi anni e anche adesso è uno dei miei autori. Forse ha inciso sul fare un libro anche in prosa. Effettivamente la sintassi di Cortàzar è straordinaria. Sì, sicuramente “Il posto di Nelly” ricorda anche a me la prosa di Cortàzar. Poi c’è un uso della punteggiatura… La scommessa è sempre quella di rispettare le pause come nel parlato, rispettare l’intonazione del parlato limitando al massimo la punteggiatura e limitando ogni cosa che venga dall’esterno come può essere l’“a capo”, le virgole o i punti e far sì che il discorso funzioni e funzioni in determinati modi.

 

In che termini definirebbe la sua libertà nell’usare la punteggiatura?

 

Quello che dico spesso è questo: uno comincia a scrivere, fa degli oggetti magari che funzionano bene, ad un certo punto si crea un modo dell’andare a capo, il quale modo può funzionare o meno. Ad un certo punto però ho sperimentato una nausea per questa cosa. Se uno scrive in endecasillabi è obbligato ad andare a capo, anzi forse c’è ancora qualcosa da dire con questo modo… Se uno però decide di usare la metrica libera il tuo andare a capo deve essere motivato da qualcosa di forte, una terra che ti manca sotto i piedi…

 

Lei parla di “nausea” per la pesantezza dell’a capo?

 

No, ma per il fatto che questa diventava una tecnica. Anche se magari non nasceva da una tecnica, ad un certo punto era un automatismo. Così scattò in me automaticamente il voler uscire da questa dimensione di creare oggettini perfetti per me ma inutili, se per esempio devo dare qualcosa ad un amico che sta male. Dunque apertura, a un discorso di racconto, in qualche misura e nausea dell’andare a capo. Prosa… succede che quando scrivi in prosa ti rilassi, e rilassandoti vengono fuori più componenti metriche che quando si scrive in versi…

 

“Ritorno a Planaval” e “Prove di libertà” sono  davvero due opposti? La dimensione dell’io come si caratterizza rispettivamente? A me pare di vedere in realtà una continuazione quasi necessaria, come se “Prove di libertà” non potesse non seguire, per certi versi, “Planaval”. La dimensione drammatica ha lasciato spazio ad una dimensione più dura, forse più cinica.

 

Sono sempre stato preso da questione di percezione. Se nella “Bella mano” era il tatto a predominare, in “Planaval” è la vista che domina. Anche questo però genera una nausea. Ogni mio libro nasce dalla nausea di quello precedente. “Prove di libertà” è tutto “di testa”. Forse è meno empatico e anche più brutto. Anche un libro cattivo se vogliamo…

 

In che senso un libro cattivo?

 

Delle volte ho l’impressione che il lettore di poesia si aspetti… c’è stato un cambiamento inquietante. Quando ero piccolo io, in televisione c’era “Rischiatutto”, dove un tizio arrivava preparato su tutto e tu che guardavi non potevi che ammirare la sua bravura. I quiz che ci sono oggi invece sono un’altra cosa, chi arriva lì è una persona comune, tu da casa puoi immedesimarti o sentirti superiore. Non prendono di certo professori universitari a partecipare. Ecco, mi sembra che funzioni così nella poesia. Di fatto “Planaval” andava incontro al lettore in un modo forse facile, usando dei canali molto “furbetti”. Dà l’impressione al lettore di poterlo capire. L’importante era conquistare il lettore. In “Prove di libertà” c’è sempre la stessa tensione verso l’altro, è chiaramente un atto di comunicazione, si tratta di un atteggiamento personale che non intendo nemmeno cambiare…però c’è stata un’acquisizione di cose nella mia vita, sono passati tanti anni dall’ultimo libro, non poteva essere diversamente. Una lettura quindi post-novecentesca… Di fatto quando leggi una poesia è “ascoltate la mia tristezza” o “quanto è bello essere tristi”. A me questo mi dà fastidio, credo che nell’esistenza ci sia qualcosa da capire e bisogna puntare lì, se non lo può fare la poesia non so cos’altro lo possa fare. La poesia deve anche dirti qualcosa contrario a quello che ti aspetti, penso sia così.

 

Si può parlare di funzione pedagogica della poesia, o rivelatrice? O si tratta di termini troppo blasonati?

 

In realtà credo che bisognerebbe rivalutare il termine ‘pedagogia’. Non significa per forza mettersi su un pulpito, non ha tutte le accezioni negative che gli diamo. Semplicemente prendere atto che con la poesia si possano insegnare delle cose e non vergognarsene.

 

Tornando a Cortàzar, lei ha sottolineato soprattutto l’aspetto formale dello scrittore  argentino. In realtà io vedevo un legame anche per la scelta dei titoli, degli oggetti del quotidiano che rivelano, dopo uno sguardo approfondito, qualcosa di più – come avviene proprio nei racconti di Cortàzar.

Non che io supponga che per ogni singola poesia lei abbia supposto uno schema compositivo preciso e unanime…

 

Questa cosa su Cortàzar è possibile, certo è possibile. Anche i titoli sono straordinari, così tanto che uno non si ricorda i titoli o meglio a cosa si riferiscano di preciso…

 

Quasi una tecnica combinatoria…?

 

(Ridendo) Eh già…

 

Che poi non è che Cortàzar sia stato un vero e proprio “fenomeno” in Italia, è forse passato in sordina rispetto…

 

Sicuramente schiacciato da Garcia Marquez, sì… A Siena c’era Antonio Melis che era amico di Cortàzar come di molti altri autori sudamericani… Questa roba dei titoli che ha detto è interessante, nel senso che in “Planaval” la titolazione doveva essere nelle mie intenzioni la massima denotazione…

 

Un’etichetta?

 

Esatto… però poi non sai mai dove la poesia ti porti, e a posteriori è difficile ristabilire una gerarchia…

 

Come fa ad affiancare la ricerca e d’insegnamento all’attività creativa? Alla poesia? Personalmente ho sempre mantenuto la massima pirandelliana “La vita o si vive o si scrive” come assoluta, lei cosa ne pensa?

 

Direi che sono d’accordo con quello che ha detto Pirandello. Sul piano terra terra, un poeta in università non fa sicuramente una bella vita. Quello che fa più male dell’attività di ricerca è lavorare nell’editoria… non ne parliamo… Diciamo che, per come sono, il fatto di scrivere l’ho sempre vissuto come un fatto separato dal fare critica o ricerca. L’ho fatto per anni, fare discorsi di tipo più o meno ideologico non è mai stato nelle mie corde e mi faceva molta fatica… Io sono sempre partito da dati formali, anche leggendo altri autori sono sempre partito dalle caratteristiche formali, tenendo gelosamente i “miei” contenuti – che poi non sai mai quali siano i tuoi o no.

Dopo gli anni 2000 ho iniziato a recuperare l’ambito dei significati, altrimenti il discorso “pedagogico” non avrebbe nemmeno senso… Su “Prove di libertà” il discorso formale diventa ancora più subliminale rispetto a “Planaval”, le cose si vedono ancora meno, contemporaneamente metto in primo piano contenuti che sembrano buttati lì in malo modo, in realtà è tutto calcolato. Un po’ per andare contro me stesso, un po’ per far sì che chi legge vada a chiedersi cosa sto citando, s’informi…

 

Un pretesto?

 

Per parlare d’altro, sì. Tematiche spirituale…

 

In “Ritorno a Planaval” la percezione temporale è quella di un “rallentamento”, lei ottiene quello che vuole “rallentando” – che a me ricorda qualche aspetto della poetica di Bonnefoy…

 

Beh non so ragionare su questa cosa, Bonnefoy l’ho attraversato – e pure conosciuto qui a Siena.

Il discorso del rallentamento invece è centrale, tutto quello che accade a livello formale è per ottenere un rallentamento, che poi è quello che resta di una posizione lirica…nel senso che la lirica è quella forma che deve riuscire a tendere all’autoriflessività in tutti modi, procurandosi quel silenzio, quella sosta tra le parole che ti permette di fermarti… Il silenzio è fondamentale in poesia.

 

Per questo “Prove di libertà” e “Planaval” mi sembrano l’uno la continuazione dell’altro, perché questo aspetto è portato alla massima potenza nel suo ultimo libro…

 

Una specie di progressione verso il rilassamento, in qualche misura. Anche dopo “Planaval” è scattata una nausea, verso la prosa – che era diventata “manierista” nel senso montaliano. Così ho deciso di scrivere come veniva…

 

Si può considerare “Il posto di Nelly” la chiave di lettura di “Planaval”? Sembra poi scritta completamente di getto…

 

Beh, sì lo è. Ci sono delle età in cui quello che ti succede è determinante, come dai 18 ai 20 anni. Per qualcuno fu la politica, per me è stata la morte della mia ragazza, in un incidente stradale.

Così i primi due libretti che ho fatto (“La bella mano”, “Stanze del gusto cattivo”) non parlavano mai di questo direttamente, ma c’era un rapporto forte tra l’aspetto formale e la morte, il silenzio.

C’è stata un’interruzione, e quando ho ripreso a scrivere i lutto era in qualche modo sparito.

nel frattempo, io ho sempre mantenuto rapporti con la famiglia della ragazza, nonché con il

paese valdostano, Planaval, che era diventato il mio luogo sacro. Quindi quella prosa, “Il posto

di Nelly”, è un lutto rivissuto a posteriori, un fare i conti con i decenni passati. Come una pagina

di diario scritta di getto, è forse proprio per quello che viene così bene fuori Cortàzar.

 

Che ne pensa del lato “pubblico” della poesia, dei festival o degli incontri con il pubblico?

 

Credo che incontrarsi con qualcuno, leggere le proprie poesie di fronte agli altri sia fondamentale, che si trovi faccia a faccia. Si tratta di una questione di presenza con quello che uno ha scritto. L’esposizione totale, l’inermità vera deve esserci. Se non c’è questa, non c’è più nulla.

 

Quale è il suo rapporto con le fonti? Le lascia trasparire volentieri nella sua produzione?

 

Come ho già detto spesso, io cerco di allontanarmi sempre dall’elemento schiettamente culturale. Ho bisogno di scrivere di quello che vivo e esperisco. Poi rileggendo trovo delle cose che sono Zanzotto, trovo Cortàzar… però non ho un rapporto con le fonti, la figura del poeta dotto mi fa orrore dire… A me non va bene che tutto quello che io faccia sia filtrato, a qualcuno va bene… Preferisco vivere, riferendomi a quello che hai detto prima (Pirandello)…

 

 

 

 

Artin Bassiri Tabrizi è nato ad Assisi. Diplomato al Coservatorio di Perugia, si sta laureando in Filosofia ed Economia Civile nella medesima città. Scrive per alcuni blog e riviste tra i quali ClassicaViva e Umbria Noise.

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