Jamie McKendrick, Dubbi e problemi di un antologista inglese

Qualche anno fa in Inghilterra fu pubblicata una biografia di Gabriele D’Annunzio, The Pike (Il luccio) di Lucy Hughes-Hallett, e già tre volte premiata, il cui esito sembrerebbe testimoniare, o almeno augurare, un vivissimo interesse per la poesia italiana. L’entusiasmo che segnalava, purtroppo, era assai più probabilmente dovuto alla vita scandalosa di questo personaggio che non alla sua poesia. Sebbene una traduzione di Alcyone fosse già disponibile una decina di anni fa grazie a Charles Nichols, non prevedo un’impennata di vendite.

Come ci si può aspettare, nel Regno Unito la poesia della prima generazione (Montale, Ungaretti, Quasimodo e, un poco meno, Saba) è abbastanza ben conosciuta e apprezzata fra il mondo ristretto che si interessa alla poesia straniera. Anche se Montale, di cui circolano tante traduzioni sia delle singole poesie che di raccolte, ha attratto in una maniera quasi esclusiva l’appetito per la poesia italiana, esaurendo così una curiosità più estensiva: è diventato sineddoche di un’intera tradizione. Avevo questo in mente quando ho cominciato a curare un’antologia della poesia italiana del XX secolo. Mi proponevo di estendere una conoscenza così fortemente focalizzata.*

Spiegare qualcosa di questo lavoro potrebbe aprire alcune questioni sul traffico poetico tra le due culture. La commissione prevedeva una scelta personale, cioè niente di “ufficiale”,  un limite di pagine, e solo la traduzione inglese. Franco Buffoni, in un colloquio con me a Pordenone, vedeva in questa mancanza un esempio di «egemonia britannica». Questo assunto potrebbe sembrare persuasivo, ma non ero e non sono convinto: prima di tutto, questa è una tradizione di Faber & Faber, stabilita dall’americano T. S. Eliot, e non condivisa da nessun’altra casa editrice inglese: dunque poco britannico. Di solito, infatti, c’è sempre un testo a fronte nelle traduzioni di poesia, anche dalle lingue meno conosciute come arabo o russo. Mi pare invece più rilevante la questione economica, assai pesante, molto più di altro, su un’antologia già costosa per quanto riguarda i diritti. Inoltre l’idea era quella di fornire un libro portatile, diciamo tascabile, con nessuna pretesa di essere rappresentativo di tutta la storia della poesia moderna, ma soprattutto indicativo e utile. A proposito del testo a fronte, non credo che sia ideale leggere controllando con un salto d’occhio dalla sinistra alla destra: quelli che veramente sanno la lingua originale non hanno bisogno della traduzione e quelli che ne sanno un poco possono ricevere una falsa garanzia dell’accuratezza della traduzione. Personalmente avrei preferito un libro anche con gli originali, ma capisco le esigenze della commissione.

Per definire un po’ quel “mondo ristretto” di cui parlavo prima, ci servirebbe qualche data. Salvo una recensione, quasi una stroncatura, di Peter Robinson (poeta inglese e traduttore dall’italiano pienamente incluso nel libro) l’antologia ha avuto in generale una buona ricezione nei giornali e ha destato, penso, un po’ di interesse per una tradizione poetica non tanto ben divulgata qui. La prima edizione di duemila copie è stata interamente venduta in cinque anni: un po’ lenta ma mica un disastro. Faber però non ha voluto ristamparla e adesso da circa sei anni è fuori stampa. Mi pare un peccato. Nel frattempo è uscita negli Stati Uniti l’antologia FSG, curata da Geoffrey Brock, molto più ampia e con testo a fronte, in una bella edizione. Forse l’occasione è ormai persa. Non so.

Accettando la commissione, e affrontando un campo così vasto, mi sono subito reso conto dei grandi vuoti nella mia conoscenza, e ho cercato di fare il possibile per rimediarli. Ma se adesso con meno vuoti, e anche avendo letto l’antologia di FSG, dovessi rifarla, non penso che farei un libro molto diverso.

Dato che l’antologia era dichiaratamente personale, un altro fattore che condizionava la scelta era la presenza delle traduzioni già fatte. In assenza delle traduzioni, facevo delle versioni o affidavo il compito ad altri poeti, dando loro quando era il caso una versione “letterale”. Per il resto dovevo attenermi alle traduzioni esistenti. Mi sorprendeva un po’ la quantità delle traduzioni in stampa, per niente vergognosa.

Ovviamente ci sono alcuni rimpianti: l’assenza di Antonio Porta, come esempio, nella versione già pubblicata di Anthony Molino. Avrei potuto rappresentare meglio Giorgio Caproni. Mancanza di ricerca! Altri poeti che avrei voluto includere sono stati tradotti solo dopo, come Alda Merini da Sue Stewart, e Amelia Rosselli, inclusa ma non nelle versioni recenti di Jennifer Scappatone. Come si nota anche da questi esempi, la maggioranza delle traduzioni nel campo sono state intraprese dagli americani. (Forse qui l’accusa di Buffoni pesa di più).

Avrei voluto includere, tra altri esclusi, Eugenio De Signoribus, ma non incontrai buone traduzioni. L’esclusione dei poeti in dialetto (con l’eccezione di qualche esempio da Zanzotto) era una decisione penosa ma ancora mi sembra giusta dato il titolo e la misura del libro. Comunque sarebbe stato bello includere delle poesie in dialetto da Pasolini a Franco Loi e a Franca Grisoni, e un’antologia inglese interamente dedicata a questo sarebbe un progetto validissimo. Nelle antologie di questo tipo, comunque, ci saranno sempre le omissioni da lamentare – anche in quelle fatte da editori di madrelingua. Per il recensore nel “Times Literary Supplement” l’assenza più grave era di Porta, e per Robinson quella di Margherita Guidacci.

Ciò che ancora mi piace dell’antologia è il modo in cui, come diciamo noi, «it hangs together» nonostante il numero delle voci ben diverse: il senso di una tradizione per niente unita ma fitta con conflitti e dialoghi ed echi: nell’introduzione ho dato l’esempio dell’anguilla di Montale contrastata da quella di Orelli, ma anche, meno percepibile in inglese, il modo in cui un verso del tardo Montale («… un suo quartetto / di cannucce. È la sola musica che sopporto») richiama  Vittorio Sereni sulle «tende che sbattono sui pali. / Non è musica d’angeli, è la mia / sola musica e mi basta». Infatti il libro fa risalire una strana evoluzione di musica da I pastori di D’Annunzio («Isciacquio, calpestío, dolci romori») ai rumori meno dolci di «pugni calci bestemmie» sulla Porta di Cattafi, «il rombo ininterrotto / dei motori» di Italia di Nelo Risi, «il chiasso coi cucchiaini» di Angelo Maria Ripellino fino agli operai misteriosi che «battevano / ovunque, sopra, sotto… » in Parlano di Valerio Magrelli. Spero che l’antologia sia almeno un po’ servita, per usare l’ultima immagine di quella poesia, come «cassa armonica / delle loro storie» e di un soundscape così ricco e variato.

 

* Si forniscono di seguito l’indice dei poeti antologizzati e alcuni estratti dell’introduzione: D’Annunzio, Govoni, Gozzano, Marinetti, Manzella-Frontini, Campana, Saba, Cardarelli, Sbarbaro, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Penna, Pavese, Sinisgalli, Gatto, Bertolucci, Bassani, Caproni, Sereni, Luzi, Fortini, P. Levi, Risi, Zanzotto, Orelli, Pasolini, Erba, Cattafi, Ripellino, Spaziani, Giudici, Rosselli, Sanguineti, Raboni, Frabotta, Ombres, Cavalli, D’Elia, Buffoni, Gibellini, Anedda, Magrelli.
«Italian poetry has as many different schools and factions as its politics has parties – I Crepuscolari, Hermeticism, Gruppo 63, I Novissimi, etc. – but there is also a sense of an ongoing conversation, sometimes a bitter quarrel, between its poets. […]
What this anthology wants, and wants to be, is harder to explain. It’s both a personal gathering as well as a collection that I hope works sufficiently well in English to give at least an idea of the bredth and complexity of Italian poetry in this period. Although I have also been unable to include anything of the flourishing tradition of dialect poetry, except in the case of Zanzotto, I hope that it will at least reflect some of the many Italies, the regional particularities and diversities […]. We’re accustomed to think of provincialism in negative terms, but many of these poets explore an attachment to place that is neither excluding nor small-minded, and like Bertolucci who writes feelingly of a passeggiata – “the pace is slow and easy, that of the provinces” – are apt to discover something Edenic in the sticks. After all, many small provincial Italian towns have been  cultural centres for centuries. Rather than the closure of provincialism, twentieth-century Italian poetry offers many cosmopolitan perspectives […].
Where possible I have chosen more than one, occasionally several, translators for each poet so to give a less monovocal sense of the work. The translators have added their own voices to this conversation, and though the nature of anthologies unavoidably tends towards excerpts and ellipses. I believe that as well as the speech some of the different music, of the tent-poles as well as the angels, can be heard beyond Italy’s linguistic borders» (J. McKendrick, The Faber Book of 20th-Century Italian poems, Faber & Faber, London 2004, pp. XV-XVIII).

(da Visti da fuori. La poesia italiana oggi in Europa, a cura di Damiano Sinfonico e Stefano Verdino, “Nuova Corrente”, 153, LXI, gennaio-giugno 2014, pp. 79-82; poi nella rubrica Come è letta la poesia italiana all’estero di «Nuovi Argomenti»: http://www.nuoviargomenti.net/poesie/dubbi-e-problemi-di-un-antologista-inglese-come-e-letta-la-poesia-italiana-allestero/)

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