Italo Testa – Spoofing, 7 frames per 1 poetica

 

*/discontinuità

 

Vorrei parlarvi della discontinuità. Di tutte le zone di buio che attraversiamo. Un treno in pieno giorno entra a luci spente in galleria, il mondo cancellato. Vorrei parlarvi dello stacco nel buio, del non sapere, non poter calcolare il momento della ripresa. Mancano molte pagine, il libro è fallato.  Vorrei parlarvi della cecità in cui versiamo, giorni e anni in cui non vediamo letteralmente nulla, tutto trascorre e non ci tocca. Di come non facciamo contatto con il mondo. Vorrei parlarvi del non potere.

 

Entrano nel campo di luce, lo attraversano, scompaiono. Ritornano a volte, riappaiono. A volte si legano, si ammassano in un punto, si addensano. Vivono tra intervalli di esposizione. Il cono d’ombra, la parte mancante li sovrasta.

 

Non ha più presa. Non fa più attrito. Perde il contatto. La puntina si alza. Passano molti anni, passano molti volti, non registra nulla. E’ interrotto. E’ nel nastro vuoto, è il nastro vuoto.

 

Parli dell’esperienza. Di questa soluzione di continuità. Ne parli come fosse di un altro. Vivi disgiunto, a una certa distanza parli, senti, vedi.

 

Non lo sapete. Quando, e quanto si apre. La faglia. Qualcosa l’attraversa, intermittente. Tra un intervallo e l’altro, nel discontinuo, lo avvertite. Aprite gli occhi, anche solo per un attimo. Sentite, toccate qualcosa. Avvertite con chiarezza.

 

Tutto sciama. Aspettiamo. Vorremmo parlarvi di questa membrana porosa. Dei fiotti, gli sboccamenti, le infiltrazioni. Di queste invasioni.

 

 

*/l’opaco

 

La luce visibile e ciò che l’assorbe. Questa condizione di opacità. La zone impermeabili, il duro minerale. Il pensiero e la sua opacità. Il raggio incidente.

 

Prendere nota delle densità ottica di questa membrana.

Muovendosi nell’opaco, nell’interno poroso. Il raggio emergente.

 

 

*/fine dell’idea

 

L’idea che precede l’atto. Una costellazione apriori. La norma che prescrive. L’intento espressivo. Il senso di una battaglia. Qualcosa che si chiamava poetica.

 

Qualcosa che si chiamava poetica. Compiacere, dispiacere, pretendere. Camouflage. Un travestimento mimetico, l’orma del branco. Forse autoinganno. Oppure: la poetica come denegazione.

 

Non sono copie di idee. Se ne scrivono ancora. Sono oggetti del mondo. Non hanno forma concettuale. Usano le idee come mattoni, materiali da costruzione, non come forma.

 

Dalla poetica di idee, a una pratica di poetica. Incorporata. Incarnata.

 

Non sono intuizioni. Configurazione sonora, disposizione nello spazio, scansione ritmica, sviluppo nel tempo. Non si risolvono in un istante. Qualcosa assorbe, qualcosa si sfrangia, qualcosa riflette. Qualcosa risulta in una visione perspicua.

 

Non se ne scrivono per esprimere intenzioni. Resistono alle nostre intenzioni. Se riescono, sfuggono al controllo. Se sopravvivono, è per eterogenesi.

 

 

*/lenza

 

Misurare, annotare, progettare. Tracciare una linea, costruire un profilo, attrarre. Raggiungere un certo gradiente di intensità.

 

Getta una rete ed è preso alla lenza.

 

Al culmine il progetto si rovescia. Entra nella faglia. Incontra un’energia altrettanto intensa.  E’ attratto.

 

 

*/forma di vita

 

Si immagini una forma di vita.

Una forma di vita di cui vi è un solo esemplare. Un solo portatore.

 

Come si potrebbe condividerla?  Darne conto?

 

Una forma di vita eventuale. Possibile. Impossibile.

Un verso l’esibisce.

 

 

*/visibile

 

Adesione all’apparenza. Nonostante la cecità. Far vedere ciò che si lascia vedere. Dentro la discontinuità. In questo vano d’ombra interroga il mondo come immagine.

 

Fissa il volto lucente del mondo, offerto allo sguardo, a tratti.

 

Siamo su questa frontiera del visibile. Nella tensione dell’immagine.

 

Alcuni l’attraversano, voi apparite, scomparite. Nessuno resta.

 

 

*/depistaggi

 

 Vorrei parlarvi di questa discontinuità. Di questa frattura nella storia. Di questi frammenti di natura. Di questa faglia interna. Nel tempo, di questo tuo nascere e morire.

 

Di come cadiamo fuori dalla storia. La nostra, la vostra storia senza continuità.  Di questa biologia.

 

Del volto lucente del mondo, della sua forma, dei suoi inganni.

 

Delle macchine identitarie che noi siamo. Di algoritmi del senso, immagini metriche del mondo. Di queste biometrie. Queste reti gettate nel mare. Nel discontinuo. A identificare l’ignoto che sta sotto gli occhi.

 

Di un canto anonimo. Una lacerazione condivisa. Di questa epica dei giorni ordinari. Di giorni e volti che si confondono.

 

Della frontiera del visibile. Di quanti l’attraversano. Di ciò che segue.

 

Vorrebbe parlarvi di tutto questo. Ma sappiamo che non conta. Vive sotto copertura. E’ spoofing. Tenta un depistaggio. Vorresti parlarci di qualcosa che hai dimenticato, che voi saprete meglio di me.

 

(da «L’Ulisse» n. 18)

 

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