“Soave e piano”

 

Umbria Poesia omaggia il binomio “Poesia e suono” e il dialogo fra le arti: ospiti, nei locali di Umbrò, a seguito dell’inaugurazione del “progetto-scuola”, con Sergio Pasquandrea, Gian Mario Villalta, direttore di Pordenonelegge e Giulia Rusconi

 
“Soave e piano”

PERUGIA. “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese io canto”. “In principio c’è solo una fanciulla che fugge per un bosco in sella al suo palafreno. Sapere chi sia importa fino a un certo punto: è la protagonista di un poema rimasto incompiuto , che sta correndo per entrare in un poema appena cominciato”. Nel raccontare l’Orlando furioso, e il movimento errante della poesia dell’Ariosto, Italo Calvino non può non far riferimento a quel turbinio di voci e di suoni che evoca “fé diverse”, inseguimenti, moti di follia, che fa dell’intertestualità e dell’interdiscorsività il proprio leitmotiv. Poesia e suono, dunque.A seguito dell’inaugurazione del “progetto scuola”, coordinato dal docente Sergio Pasquandrea e rivolto agli studenti del Pieralli di Perugia – progetto che prevede un ciclo di cinque incontri di interazione fra gli ospiti di Umbria Poesia e gli allievi dell’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore: ieri, 24 gennaio, è stata la volta di Gian Mario Villalta, direttore di Pordenonelegge, che, ha dichiarato Pasquandrea, “da insegnante, ha provocato i ragazzi, esortandoli a ‘cercare le difficoltà’, inserendo la sua poesia e la sua produzione narrativa all’interno di un discorso più ampio, che ha interessato gli stessi modus docendi e significato di insegnare e dialogare con gli allievi” – il primo incontro del 2017 di Umbria Poesia, in diretta streaming su Umbria24 e sul canale youtube dell’omonimo progetto, è stato dedicato al binomio “Poesia e suono”, con Gian Mario Villalta e Giulia Rusconi – assente, per motivi di salute, Antonio Riccardi, il terzo ospite –, e con l’accompagnamento musicale di Giacomo Girolmetti.

Gian Mario Villalta – direttore artistico del festival Pordenonelegge, con all’attivo numerose sillogi poetiche, da Alfabeta del 1986 a Vanità della mente, che, nel 2011, gli è valsa il premio Viareggio, curatele di volumi di Zanzotto, oltre che libri di narrativa, da Un dolore riconoscente a Alla fine di un’infanzia felice – e  Giulia Rusconi – sue poesie sono uscite nelle riviste «l’Immaginazione» e «Clandestino» e sono state pubblicate, poi, in varie raccolte: Distanze, vincitrice al premio Teglio Poesia 2012, I padri, edita sempre nel 2012, e Suite per una notte, del 2014 –, che hanno dialogato sul tema, addentrandosi nei meandri del confronto fra poesia e suono, poesia e musica, in un dialogo costante fra le arti, fino alla lettura di alcuni dei loro componimenti poetici.

“Cosa rappresenta il suono nella mia poesia, nella mia scrittura? – si è domandata la Rusconi – Non me lo sono mai chiesta: ciò che è certo è che grazie alla poesia ho scoperto il ritmo: la parola è funzionale a un ritmo interno del linguaggio, lo stesso andare a-capo è il palesare un suono del linguaggio che si chiama poesia. Leggerò – ha dichiarato – alcune poesie tratte dalla sezione interna, la seconda, di Suite per una notte, i cui componimenti sono ambientati in una natura non quieta, non pacificata, e piena di storture. Sono consapevole che ritmo non è sinonimo di suono, ma sono anche conscia dei rimandi musicali interni al testo”. “Ne Il respiro del mondo – ha controbattuto Villalta – affermo che dal suono-gesto nasca il linguaggio. La voce è corpo: nella voce risiede la parte astratta di noi, la parte che si suol definire metafisica, ma che, per contro, emettiamo, vibrando, col corpo, attraverso le corde vocali. La nostra emotività profonda si riverbera nella voce, che si fa volàno del sentire del corpo. Credo che la poesia sia uno strumento di cattura di emozioni e possibilità, strumento che si oggettiva in quello schema di suoni che è il verso. La riconoscibilità di una forma è ciò che permette di distinguere una musica da un rumore. Il poeta, lavorando sul ritmo, è come se componesse musica, a scapito del discorrere che, appunto, discorre via”. “Amelia Rosselli – ha ricordato Rusconi – ha scritto i propri versi sul pentagramma. La parola è totalmente suono”. “Vi sfido – Villalta si è appellato al pubblico di Umbria Poesia – a commuovervi a seguito della lettura di un verso comico trocaico! A noi sembra essere ormai negata l’elaborazione della lingua per fare alta letteratura – se ne può fare solo parodia – e questo perché la nostra lingua non sopporta più elisioni. Con la stampa, inizia la fruizione a voce alta: la tipografia permette di suddividere in strofe, andare a capo, calibrare l’impaginato. Tutto questo fino all’autonomia della tipografia negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando l’occhio diventa più importante dell’orecchio. Quando anche la mise en page diventa uno spartito, e la pagina un luogo autonomo, un quadro, una tavolozza di suoni”.

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