Questo indefinibile sentimento di frammentazione dell’io. Intervista a Giulia Rusconi

di Elena Zuccaccia

 

Giulia Rusconi è nata nel 1984 a Venezia, dove vive. Sue poesie sono uscite in diverse riviste e antologie, cartacee e online. Ha pubblicato I padri (Ladolfi Editore, 2012) e Suite per una notte (Lietocolle-pordenonelegge, collana gialla, 2014).

 

Il tuo primo libro di poesia si intitola I padri (Ladolfi, 2012). A noi sembra che questo tema sia determinante per i rapporti tra le generazioni nel contemporaneo e ricco di contraddizioni, luogo di paradossi biologici ed esistenziali. Quale paternità e quali padri sono raccontati nella raccolta? Come interagiscono queste figure con la realtà storica attuale?

 

In questa nostra attualità credo che uno dei temi più caldi sia il sentimento di frammentazione e di polverizzazione dell’io, un non ritrovare più tana nel gioco delle parti (maschile/femminile, padri/figli, bambini/adulti). I padri che escono dal mio libro sono per lo più fantocci, pupazzi che tentano goffamente di inserirsi in ruoli oramai privi di senso, in una resa poetica immersa in qualcosa di tragicomico, direi, nel pensare a questi uomini fallimentari come a delle ‘macchiette’, ma che possono ferire e danneggiare per davvero.

 

Suite per una notte (Lietocolle-pordenonelegge, 2015) è un libro a trama musicale, sia dal punto di vista della struttura sia da quello dello stile. Quale valore hanno per te il ritmo e la musica in poesia? Come si pone la poesia italiana di oggi, secondo te, nei confronti di una ricerca sul ritmo?

 

Per me il ritmo è sempre stato motore di poesia ancor prima della parola in sé. Non mi affeziono alle parole, tento piuttosto di dare linguaggio a un ritmo interno che sento funzionare. Non ho ahimè alcuno studio musicale alle spalle, ma per fortuna il ritmo è stato sempre per me qualcosa di istintuale. I poeti, soprattutto i giovanissimi, oggi a volte tralasciano l’importanza del suono e del battito interno del verso per affidarsi quasi esclusivamente alla parola e al suo significato; è un peccato,perché la resa è sempre, per forza di cose, tutt’altro che ottima.

 

Hai lavorato alla traduzione? Quale o quali tradizioni di scrittura non italiana ti interessano di più?

 

Non ho mai lavorato alla traduzione. Tendo a leggere in lingua originale quando posso, per ritrovare appunto il ritmo e l’armonia della scrittura madre. Altrimenti, mi affido a quel che trovo, incrociando con ottimismo le dita.

 

Oggi si parla molto di scritture ibride: poesia-musica, video-poesia, audio-poesia, verso-prosa… Come descriveresti, dal punto di vista della tua esperienza e degli influssi più generali del fenomeno, queste forme?

 

Io sono sempre stata una ‘purista’: letture senza sottofondo, senza immagini, senza null’altro che la voce del poeta a echeggiare come in una chiesa. Tuttavia negli ultimi anni ho ammorbidito la mia posizione; mi è capitato di assistere a letture ‘performative’ molto eleganti e piacevoli e credo che se le forme d’arte imparano a sporcarsi con umiltà e decoro i risultati possano essere interessanti.

 

I padri e Suite per una notte chiudono una prima stagione del tuo percorso? Parleresti di familiarità interne ai libri che possono caratterizzarli per alcuni aspetti in cui anche altri autori nati negli anni Ottanta potrebbero eventualmente trovare consonanze?

 

Di sicuro i due libri sono legati da uno stesso mood che ha segnato una mia stagione esistenziale e poetica. C’è in entrambi l’affermazione della mancanza di senso di fronte al caos che è la vita, da una parte cercando sponda nelle figure paterne, dall’altra nel secondo libro (forse più crudo, più disilluso del primo) affrontando a viso aperto la polverizzazione dell’io, in un moto oscillatorio fra ricerca di consolazioni tenerissime (nell’amore) e una tragica resa al nonsense dell’esistenza umana. Temi questi che non sono certo la prima a sviscerare: molti della mia generazione debbono fare i conti con questo indefinibile sentimento di frammentazione dell’io, e molti miei amici poeti ne hanno scritto, ognuno a suo modo, ognuno trovando le proprie parole per dire, ognuno le proprie consolazioni.

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