“A Room of One’s Own”

Su Perugia Online. Articolo di Martina Pazzi.

 

PERUGIA. Ci sono stati poeti, a Umbria Poesia. Ma ci sono state anche le poetesse. E ce ne sono state molte. Virginia Woolf sognava “una stanza tutta per sé”. Gli ideatori del progetto, Carlo Pulsoni, Marco Paone, Massimiliano Tortora, Costanza Lindi, Maria Borio, Francesca Regina, ed i loro collaboratori, auspicano, invece, uno spazio dilatato, in cui i confini possano essere superati, anche quelli dettati dalla letteratura di genere, con una predilizione per un formato a scapito di un altro, di una font, in luogo di un’altra, e con un accento, diversissimo, posto su vari processi cognitivi, sui più disparati caratteri, tipografici e non.
È così che l’ultimo incontro dell’anno solare di Umbria Poesia, in diretta sul sito del progetto (http://umbriapoesia.it/) il 13 dicembre, è stato dedicato al connubio fra “Poesia e donne”, attuando, da un lato, una meta-riflessione sul tema condotta direttamente da una donna, Luisa Castro, scrittrice e poetessa, laureata in Filología Hispánica, con all’attivo libri di poemi (Odisea definitiva, 1984) , volumi (Señales con una sola bandera), raccolte (Los versos del eunuco, I Premio Hiperión 1986), e racconti (Correspondencia. Cuento. En: Cuentos de amigas, 2009), e da una riflessione che sulle donne, oggetto e soggetto di poesia nazionale ed internazionale, donne più o meno angelicate, più o meno petrarchesche, più o meno gentili ed oneste, hanno condotto due altre penne altrettanto fini, quelle di Silvio Mignano, scrittore e diplomatico italiano, poeta, ed illustratore, e autore, fra le altre opere, di romanzi polizieschi destrutturati, sillogi poetiche, raccolte di racconti e fiabe (da Una lezione sull’amore, 1999, a Taccuino nero per il viaggio, 2003, da No tenemos un guionista de respuesto, 2009, a El Bolígrafo Boliviano, 2015), e di Sergio Pasquandrea, poeta foggiano, giornalista e critico musicale, docente di Lettere, collaboratore di blog come “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito”, “Jazz nel pomeriggio”, “World Social Forum”, “Artmaker” e blogger lui stesso (http://ruminazioni.blogspot.it; http://guscidinoce.wordpress.com) – suoi, Approssimazioni (2014), Oltre il margine (2015), ed il recente Un posto per la buona stagione (2016).
Questa dicotomia, si riverbera, dunque, nella meta-riflessione condotta da Luisa Castro, e nella riflessione di Silvio Mignano e Sergio Pasquandrea, con gli intermezzi musicali di Domenico Caglioti, atti a rendere auditive anche poesie, che, come nel caso del secondo autore, non nascono come tali (anche se, poi, scrive una ballata, intitolata, “Ballata della decima assassina”): “Essendo donna – spiega la Castro – è difficile riflettere su di me. Ma posso dirvi che un’autrice che amo particolarmente è Rosalia De Castro e che la mia terra, la Galizia, è una terra intrisa di poesia”. Legge quindici poemetti in spagnolo e gallego, Luisa Castro, in cui lei medesima si scopre poetessa delle relazione amorose, anche di quelle conflittuali, come con la madre, pur non pensando di esserlo (traduzione di Danilo Manera): una madre, che lavora in una fabbrica di conserve e che afferma che l’amore stesso sia un’opera d’arte. Un nonno, invece, che collezione orologi in similoro, fino a non riconoscerne l’uso, fino a perderne il computo. E poi un cuore, che “ci mette il suo tempo a cadere”.
Ci sono un principe e una rondine, nella sua opera, ispirati al racconto di Oscar Wilde, in cui il piccolo uccello migratore si innamora della statua di un regnante. C’è un antico modo di sentire, che è quello del poema, e che la Castro considera “universale”. Una dicotomia che si fa via via più complessa quando sono i poeti-uomini a parlare di poesia, di “Poesia e donne”: si va oltre il referente, oltre il contenuto, si può interloquire e con l’universo femminile tutto, nella sua interezza, o nelle sue parti, anche invertite, anche parodiate, o con il femminino che è anche dentro di loro. In un suo ultimo lavoro, dedicato a delle poetesse venezuelane, ad esempio, Mignano intesse un coro di voci femminili: “In una vita si devono scrivere poche poesie d’amore (…). Una cosa breve e coincisa (…). Ma credere è già qualcosa”. Poi c’è la lettura, come quella della Fiera di Guadalajara, in cui il poeta rimpiangeva i bei tempi andati, tessendo l’elogio della “ribelle, buona educazione”. Sceglie di partire dal dialogo di Torquato Tasso con il genio familiare, Pasquandrea: “il peccato delle donne – si legge – è che riescono diverse da come ce le immaginiamo”.
Diverse, forse, erano anche Beatrice e Laura, seppur su di loro pesi la spada di Damocle di essere figure soverchianti di quella che il poeta foggiano definisce la sua confort-zone, la letteratura italiana: quante Laure, anche in Montale, in Leopardi, in Luzi, per non pensare alle Beatrici rovesciate di D’Annunzio. Per non parlare, poi, della Signorina Felicita di Gozzano, che non spicca certo per bellezza, con quegli “occhi-azzurro-stoviglia”. Ma Pasquandrea, in Approssimazioni, riabilita sia la donna eterea, che quella carnale, che del rovesciamento della Ketty dell’amato Gozzano hanno solo qualche eco. Di letteratura riflessa.

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