“Poesia & dialetto”. E anche Catullo può diventare “pop”

di Martina Pazzi

Umbria Poesia: Anna Maria Farabbi, Edoardo Zuccato, Daniel Cundari e l’unità simbiotica fra poesia in lingua e poesia dialettale.

 
“Poesia & dialetto”. E anche Catullo può diventare “pop”

PERUGIA. “La poesia è lei e è là. Se io so essere vuota mi entra (…)”. È “la lingua idrofoba in fuoco” di Anna Maria Farabbi a parlare. A narrare di come un codice linguistico possa essere tradotto, di come un componimento poetico possa essere trasposto da una lingua ad una lingua altra, dialettale, e non ad un vernacolo; di come, per intenderci, si possa entrare nell’officina del traduttore di un testo in dialetto, e dell’unità simbiotica che si instaura fra due dimensioni, entrambe linguistiche, entrambe collocabili sullo stesso livello espressivo e comunicativo, eppure anche molto lontane tra loro. Due sapienze distinte, uno scarto, quello fra la poesia in lingua, colta, ed il cantare in dialetto, che tenta di incanalare un flusso linguistico “materico, terragno”.

Alla poesia e al dialetto, alla poesia dialettale “riflessa”, a quelle forme di “neo-dialettalità” che tracciano una “via alternativa alla lingua amorfa”, è stato dedicato, ieri, martedì 14 giugno, l’incontro di Umbria Poesia – il progetto che Carlo Pulsoni, Massimiliano Tortora, Marco Paone, Maria Borio, Costanza Lindi, Francesca Regina portano avanti nella nostra regione, beneficiando del sostegno economico e della messa a disposizione dei propri locali da parte di Umbrò (via Sant’Ercolano 2, Perugia) –: fra gli ospiti, la poetessa perugina Anna Maria Farabbi (La magnifica bestia, 2007; Abse, 2013), il poeta e docente della IULM di Milano Edoardo Zuccato (Tropicu da Vissérvar, 1996; I bosch di Celti, 2008;) ed il poeta calabrese Daniel Cundari (Cacagliùsi / Balbuzienti, 2006; Geografia feroz, 2011). Hanno dialogato su quella che hanno definito, all’unisono, “la lingua dei padri”, Farabbi, Zuccato e Cundari, che hanno letto e recitato, in dialetto, rispettivamente, perugino, milanese e calabrese, alcune poesie, scandite ritmicamente dagli intermezzi musicali di Giacomo Girolmetti.

L’evento, in diretta streaming sul canale video della testata di Legambiente,www.lanuovaecologia.tv (Massimo Ciccolini, autore a “La Nuova Ecologia” impegnato nello studio di software open source, ha posto l’accento sulla sempre maggiore attenzione che il progetto intende indirizzare verso lo spazio sonoro, “attenzione che – è stato il commento dello stesso Ciccolini – potrebbe concretizzarsi anche nella realizzazione di una web-radio interamente dedicata alla poesia), si è aperto con una riflessione di Anna Maria Farabbi, che ha giudicato il progetto ideato da docenti universitari e da giovani studiosi appassionati di letteratura “un occhiello per la poesia a Perugia”: ha fatto leva sul suo rapporto con il dialetto, Farabbi, sulla relazione, sottilissima e ricca di implicazioni, fra la poesia in lingua – in seno alla quale lei stessa si è formata – e la poesia dialettale, ricorrendo all’immagine metaforica di un “baricentro linguistico che, attraversando interamente un corpo, è sceso fino a terra, cadendo gioiosamente”. Un’uscita dalle vie accademiche ed un approdo alle vie colte dell’oralità, che hanno permesso all’autrice di Abse (2013) di attraccare al porto di una sapienza altra, propria di quelle figure che sono “portatrici di canto”, come, ricorda la stessa Farabbi in un excursus biografico, una donna, Maria, che si definiva “canterina”, in quanto veniva chiamata nelle campagne bolognesi, appunto, per “cantare”. Il canto, la poesia, il rito ancestrale dell’oralità. Al di fuori della tessitura muraria della città natale della poetessa, rievocatrice di suoni e di odori, di nenie e di echi, di un afflato verso il pensiero di Aldo Capitini. È una lingua paterna, quella del cantore in dialetto, una forma espressiva dotata di un potere, di una carica maschile: “la madre” è il linguaggio tout court. È una poesia espressionista, quella di Farabbi, una poesia dal segno forte, connotata cromaticamente, ma anche civilmente, da una fisiognomica lirica: “Buona notte a chi mi ha cercato fino ad ora fra la cenere e il fuoco”, si legge in una sua poesia, nella traduzione in lingua italiana; “Sono l’esplosione gialla nel cervello della solitudine”; e ancora “Canto dentro il polmone, dove ascoltano i morti”.

Ha cominciato a scrivere poesie in dialetto milanese circa 30 anni fa, Edoardo Zuccato, la cui cifra stilistica è impregnata della consapevolezza che non si può “dire quasi la stessa cosa”, scrivendo in lingua o in dialetto: “la basilica abbandonata che si sbriciola”, la collina come “luogo sacro”, “la crepa nel muro della storia”, “le nature morte”, i quadri preferiti dal boia (ride: n.d.r.), i ricordi delle “fette di luna” non riescono a restituire la musicalità cadenzata del suo dialetto milanese, quello stesso dialetto, con cui legge un componimento tratto dalla silloge I bosch di Celti (2008): “(…) I piant hinn animal / e ta fann stremì i castegn di ricci vèrt / pena pena ca ta guarda güzz e scür, / la facia senza facia da la natüra / che par murì la vèrd i öcc (…)”.

È originario di Rogliano, un borgo della Calabria interna, sulla Pre-Sila, Daniel Cundari, che, a proposito dell’ancestralità dell’idioma dialettale, ha affermato si tratti di “una lingua dei nonni”, e non di un vernacolo. Scongiurando i rischi di dialettomania, carnevalismo e bozzettismo, “i poeti – ha affermato Cundari – non scelgono: sono trascinati da un’esigenza, indotta o intuita. Il dialetto si vive, col dialetto si nasce”. Col medium del dialetto, si può tradurre Catullo in dialetto calabrese. E una canzone d’amore può suonare così: “Pùrbara de amuramurèttu / ‘u coriu me scènca. / ‘Ntra ‘nu spináru attròppicu / ppe me puncer’e tie”.

Riflette su alcune parole-chiave e su alcuni concetti-cardine emersi nel corso dell’evento, Massimo Arcangeli, ordinario di Linguistica italiana all’Università di Cagliari e critico letterario, che oggi, alle 17, ad Umbrò, terrà una conferenza sulle traduzioni della Commedia di Dante nelle “lingue” d’Italia, dal titolo “Dialetti senza frontiere” (moderatore, Sandro Allegrini): “Ho riscontrato una narrativizzazione inconsapevole in tutti e tre i casi – ha riscontrato Arcangeli –: le parole-chiave che ho individuato sono oralità, mescidazione, contaminazione, realismo, neo-dialettalità come reazione alla lingua standardizzata, in grado di far guadagnare in termini di relazione col mondo. Così anche Catullo, poeta di una levigatezza disarmante, può diventare, appunto, ‘pop’”.

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