Luciano Nota intervista Donato Loscalzo

La letteratura classica per secoli è stata la radice culturale dell’Occidente. Qual è oggi il ruolo della cultura classica? Nella nostra società, dominata dalla globalizzazione e dalla tecnologia, ha ancora un senso l’insegnamento delle scienze classiche? C’è un rinnovamento nelle scuole e nelle università di tale insegnamento?

Nei secoli lo studio degli autori classici ha seguito l’onda di alterne fortune. In qualche periodo si è colta l’utilità, in altri è stato considerato come perdita di tempo. Oggi prevale in Europa l’idea che la classicità sia inutile, una sorta di ostacolo alla velocità e alla quantità di informazioni che circolano nel nostro mondo. Si tratterebbe cioè di un ozioso esercizio di lingue che nessuno parlerà mai, un indugiare su temi che poco hanno a che fare con le nostre esigenze e i nostri problemi. Senza lo studio dei classici, però, il presente diventa paradigmatico e assoluto, si perde di vista lo spessore che c’è dietro determinati valori e fenomeni, il presente e le ipotesi sul futuro diventano le sole guide, uno sterile arrovellarsi su se stessi.

A un’analisi attenta, nei secoli scorsi la riscoperta dei classici è sempre stata funzionale e attiva nei periodi di rinascita: non solo nel Rinascimento, ma anche all’epoca dei Padri della Chiesa che trovarono nei testi antichi la fonte di ispirazione per la costruzione della nuova dottrina cristiana, oppure all’epoca delle grandi rivoluzioni borghesi tra ‘700 e ‘800. Questo significa che, paradossalmente, ci si rifà ai classici quando si vuole innovare, costruire un mondo nuovo, quando si pongono diverse domande e si cerca nell’autorità degli antichi delle linee nuove, delle nuove aperture.

Per quanto riguarda il rinnovamento dei metodi, bisogna dire che i nostri studi classici, soprattutto a livello liceale, risentono di uno stanco ripetersi di moduli antichi e nozionistici. All’avanguardia, invece, è il mondo anglosassone che sta riscoprendo un approccio alle lingue antiche attraverso metodi che ricordano l’apprendimento delle lingue moderne: un appropriarsi delle strutture grammaticali e sintattiche del greco e del latino seguendo le stesse procedure che si applicano nell’apprendimento di quelle parlate. Con tutti i problemi che presenta questo metodo (a volte può trattarsi di un latino e di un greco maccheronici), lo studio è sicuramente più entusiasmante per i giovani e consente di appropriarsi di un lessico molto ampio, utile a una lettura e a una comprensione dei testi classici anche all’impronta.

 

 

Quanto lo studio delle discipline classiche ha influenzato la tua poesia, in che modo si rapporta con la modernità di altri universi espressivi?

Anche inconsciamente la lezione dei classici è stata da me introiettata e agisce di continuo. Credo che uno degli insegnamenti fondamentali della poesia classica sia quello di non uscire mai dalla realtà, di studiarla, considerarla, tenerla presente. Per gli antichi la poesia è comunicazione, non sfogo e rappresentazione di una interiorità incomunicabile, ma è mondo della condivisione, un modo di affrontare temi quanto più possibile comuni e sentiti.

L’altro insegnamento fondamentale è che la poesia dovrebbe guardare oltre il presente perché è intuitiva e proiettiva. Il poeta dovrebbe riuscire a parlare del presente, guardando al futuro e alla meta verso quale tendiamo. La poesia dovrebbe procedere in parallelo e come completamento del lavoro degli scienziati, dei filosofi, dei sociologi, degli antropologi, che invece per mestiere sono troppo legati alle leggi e alle condizioni dell’attualità. In questo senso, la conoscenza dei classici stimola, a differenza delle cosiddette scienze dure, l’immaginazione e la fantasia che sono gli ingredienti essenziali della ricerca scientifica. Lo studio del mito e della poesia classica induce la ricerca di nuovi principi, di nuovi valori, insegna a formulare ipotesi, a pensare che ci sia qualcosa che va oltre quello che è sensibile e percepibile coi sensi. Per i Greci antichi in particolare, i poeti erano «maestri di verità», quasi dei profeti, dotati di un dono raro, quello di guardare oltre, di andare oltre le apparenze, nonostante qualcuno di loro fosse rappresentato cieco, come per esempio Omero.

 

 

Il poeta moderno che posizione occupa nell’attuale società e nel sistema dell’arte? Che visione trasmette ai lettori?

Non so dire con esattezza quale sia il ruolo del poeta nel mondo contemporaneo. Sembrerebbe molto marginale, dato lo scarso numero di vendite di libri di poesia, però è vero che c’è una certa curiosità da parte dei giovani, e che è sempre più in aumento, soprattutto quando i poeti parlano un linguaggio abbastanza accessibile. Nel mondo antico il poeta era un «maestro di verità», uno che riusciva parlare di etica, di politica, di relazioni sociali, fondandosi sull’autorevolezza delle Muse, sue ispiratrici e forse dovrebbe recuperare questo ruolo.

 

 

Nella tua ultima raccolta “Lunario interiore”, ma anche nelle precedenti, emerge un legame forte con la terra d’origine, col proprio paese natio, con la Lucania: un rapporto ambiguo, intenso, ma anche fortemente sofferto. Hanno dunque ancora valore la propria radice e la propria origine?

La Lucania è una terra che amo profondamente. Anche se per anni ne sono stato lontano, il suo ricordo è sempre vivo in me. Mi legano un filo continuo, un’immagine perenne, ma anche un dolore sottile. Ho sempre desiderato tornarvi a vivere, ma ho trovato ogni volta ostacoli di varia natura. Forse avrei dovuto non lasciarla mai. Il conflitto che tu hai giustamente colto consiste nella sofferenza che mi procura tornare e sapere che dovrò lasciarla. Rivivo, nel tornare e nel lasciare la mia terra, la disperazione degli emigranti che vedevo quando abitavo ad Accettura. Molti di loro non sono più tornati, molti, ricordo, bruciarono in piazza le valigie per protesta contro le politiche economiche sbagliate che avevano fagocitato e spopolato il nostro Sud. In me sono presenti entrambe le sensazioni, il desiderio e la paura di tornare, un legame viscerale e in parte una dolorosa presa d’atto di un ritorno che mi sembra quasi impossibile.

 

 

Oltre ai classici, quali sono i poeti che ti hanno segnato, quali i testi poetici che hanno influenzato la tua poesia?

Potrei dire quali sono gli autori che ho amato, andando in ordine cronologico: Dante Alighieri, per l’ampio respiro e il modo in cui riusciva a iscrivere l’umanità e i suoi limiti in una struttura compiuta, un cosmo perfetto; di Ugo Foscolo ammiro l’abilità di tradurre le parole e le espressioni degli autori greci classici in un linguaggio universale; adoro lo sguardo originale con cui Attilio Bertolucci ha descritto la natura, divenuta quasi periferica in un mondo sempre più tecnologico e industrializzato; Dylan Thomas per la sua capacità di dare vigore poetico alla metafora; di Yves Bonnefoy mi piacerebbe uguagliare il suo servirsi di un linguaggio quotidiano e colloquiale per ricreare la musicalità di una poesia sublime.

 

 

Si parla tanto di crisi della poesia, morte della poesia, qual è la tua opinione?

La poesia e l’interesse verso la poesia non moriranno mai, anche se in ogni epoca i poeti hanno avuto la sensazione di essere emarginati, inascoltati, a volte ridicolizzati. Vero è che sono molto rari i poeti, ce ne sono pochissimi per ogni secolo. Abbondano, invece, i versificatori, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. La poesia, invece, come atto di valore, è rara e si rigenera in occasioni specifiche, prevalentemente di floridezza economica. Nel passato i poeti bravi hanno trovato mecenati che si sono presi cura di loro e hanno lasciato loro lo spazio adeguato a coltivare il mestiere. Oggi questo è diventato quasi impossibile.

 

 

Per Donato Loscalzo cos’è la poesia?

Per me è un’esigenza. Scrivo perché sento di farlo e non mi pongo il problema di cosa siano i miei versi e di quale sia il loro destino. Per il mondo potrebbe essere la salvezza se solo recuperasse la sua capacità di indicare la strada per comprendere e guardare la realtà attraverso le immagini. Credo che, invece, oggi la poesia vada spesso a interrogare se stessa e i suoi misteri, più che quelli del mondo, in un gioco che appare sempre più iniziatico e settario.