“Scrivere con la voce”. E “cantare”

“Poesia e Jazz”, con Umberto Fiori, Mario De Santis e Dario Bertini: a Umbria Poesia il pentametro giambico è anche il verso del rap, e l’improvvisazione del Jazz si converte in materiale linguistico, modulare e fluido.

 

di Martina Pazzi

 
“Scrivere con la voce”. E “cantare”

PERUGIA. Si può “Scrivere con la voce”? Si possono tessere accordi fra musica e testo, fra note, sul pentagramma o librate nell’aria, e parole, “congelate”, come voleva Rabelais, rapprese, concretizzate, come fossero oggetti o correlativi oggettivi, sul verso?

“Scrivere con la voce”, questo il titolo di un saggio critico edito nel 2003, che porta la firma di Umberto Fiori, si può. Così come si può sondare il rapporto fra musica e poesia, così come si possono scorgere delle differenze fra parola scritta e parola cantata, così come si possono approfondire i meccanismi di interazione e dialogicità fra note e testo. Così come si possono, ancora, porre dei quesiti: “quanto e come si deposita la musica sul lavoro di un autore di poesia, sul lavoro sul verso? Quali letture e testimonianze possono emergere nel confronto fra una riflessione individuale sulla musica ed il campo del Jazz?”. E, infine, “come può essere rappresentato il Jazz in poesia?”. Sono solo alcune delle domande che si sono posti gli organizzatori di “Umbria Poesia”, il progetto ideato da Maria Borio, Costanza Lindi, Francesca Regina, Carlo Pulsoni, Massimiliano Tortora e Marco Paone che, con l’ultimo appuntamento estivo di martedì 12 luglio, ha festeggiato il suo primo semestre a Perugia, nei locali di Umbrò. “In occasione dell’edizione 2016 di Umbria Jazz – è stato il commento di Maria Borio – abbiamo pensato di tessere in un unico textus compositivo ‘Poesia e Jazz’, invitando ospiti nella cui scrittura in poesia possono essere individuati dei legami con il mondo della musica. Non solo nella loro scrittura in poesia, ma anche nella loro esperienza di vita personale”.

In diretta streaming sul canale video della testata di Legambiente, http://www.lanuovaecologia.tv, e inframmezzato dagli intermezzi musicale di Martina Biguzzi, classe 1992, diplomata in flauto al Conservatorio Statale di Musica Maderna di Cesena, perfezionatasi in repertorio moderno e Jazz e laureata presso il Conservatorio di Musica Frescobaldi di Ferrara, l’evento ha registrato la presenza di autori, poeti e musicisti, cantanti e speaker, in un incontro intra-generazionale che è, ormai, una costante di Umbria Poesia: Umberto Fiori, Mario De Santis e Dario Bertini.

“La mia esperienza nella musica è stata intensa e longeva – ha affermato Umberto Fiori, scrittore e cantante, che da oltre trent’anni si occupa di musica (è stato autore del gruppo storico del rock italiano Stormy Sick, il cui primo album, “Il biglietto del tram”, uscì nel 1975), con all’attivo raccolte di poesie trasposte in musica (Sotto gli occhi di tutti è del 2009) e di saggi critici sulla musica e sullo scarto fra parola scritta e cantata (Scrivere con la voce è stato editato nel 2003) – e mi ha fornito spunti per riflettere sulla voce. Scrivere poesia significa cercare la propria voce, anche se in Italia non godiamo, a dire il vero, di una tradizione di letture poetiche. È una poesia che sta ancorata alla pagina, la nostra”. “La voce può essere uno strumento musicale – ha proseguito Fiori –, anche se è uno strumento molto particolare: perché non la si può riporre. Non si usa una voce: la si è. Quindi, per cantare, al di là della tecnica in sé, bisogna arrendersi alla propria voce, elemento che ci identifica. Roland Barthes parlava della ‘grana’ della voce. Da parte mia, in poesia ho tentato di tradurre tutto questo rinunciando ad un’idea di controllo estetico-letterario sul linguaggio: cercare la mia voce è stato un po’ come cercare qualcosa che mi governasse, togliendo, eliminando ‘le bravure’ della letteratura. C’è stata un’arrendevolezza alla mia voce. La mia è stata un’esperienza di rock progressivo, e non di Jazz: non improvviso, ma eseguo un lavoro di decantazione”. Legge una poesia tratta da Esempi, Fiori, e poi altri suoi componimenti, alcuni dei quali trasposti in musica, e divenuti canzoni: “Come in treno, nei tratti di gallerie, il fresco, poi di colpo la luce acceca (…). Luce di nuovo (…). Nemmeno il tempo di guardare, di affezionarsi. (…) In testa cosa rimane? Una fila di esempi, una serie di facciate di case, rapide (…), come le spiegazioni che i bambini pretendono (…)”. E, ancora, versi tratti da Sguardo, e poi da Allarme: “Più grande di tutto è lo sguardo, ma le case sono più grandi (…). Senti il pensiero che si dilata (…)”; “In piena notte sui viale scatta un allarme (…) con la furia di un bambino che gioca (…). Le finestre si aprono, si accendono (…). Si rimane attorno a questo urlo (…)”.

Legge versi di Irving Stettner, ribattezzato “l’ultimo poeta della Beat Generation”, Dario Bertini, autore di una raccolta titolata Distilleria di contrabbando, edita nel 2009 e dell’omonimo disco di canzoni e poesie, frutto della collaborazione con Renato Franchi e l’Orchestrina del Suonatore Jones: “(…) A New York (…) il mercato finanziario è in piena attività; gelatine tostate, orchidee purpuree cadono dal cielo e i newyorkesi stanno ancora camminando (…), tristi, gobbi, malinconici ruderi. Incrocio: strada stretta più avanti (…)”. Legge Stettner, Bertini, con l’accompagnamento musicale di Martina Biguzzi, perché la voce può innescarsi, crescere insieme alla musica. Materiale linguistico suscettibile di accensioni. Da qui, l’improvvisazione, connaturata al Jazz. Dall’ultima raccolta di Bertini, Prove di nuoto nella birra scura: “Tutto ciò che devo fare è mantenere la calma (…). Ma pensare fa male (…), perché ogni volta che ti metti a pensare ed è morto stecchito un venditore di frittelle a New York (…). Così tutto ciò che devo fare è mantenere la calma (…), partire per un paese straniero (…)”.

Musica come passione, come lavoro quotidiano: per Mario De Santis, speaker di Radio Capital, che si definisce “un poeta principalmente”, un poeta che “fa radio, per il resto” (Sciami è stata edita l’anno scorso per i tipi di Landolfi), la prima esperienza, suggestionante, di cosa fosse un poeta, risale all’Ungaretti che introduceva, con una presenza scenica imponente ed una voce forte, l’Odissea in televisione. Mentre la prima impressione, la prima coloritura di Jazz lo portarono ad odiare il sassofono. Il rapporto fra poesia e musica? “Il vero mandato sociale della poesia è quello del cantautorato: c’è una voce collettiva che precipita sui cantautori. Penso a quelli americani – ha dichiarato De Santis -, alle liriche di Bob Dylan, alla forza della loro e della sua canzone, e solo in un secondo momento al contenuto da quella veicolato. Il pentametro giambico, inoltre, è il verso della tradizione, ed è utilizzato in ambito anglofono. Ma è anche il verso del rap, espressione della musicalità della lingua”. “Nella mia poesia – è sempre De Santis a parlare – tento di ricorrere a formule modulari, alle forme della tradizione – le liriche di Mogol sono in settenari – pensandoli e concependoli come se dovessero essere cantati. In questo sento affinità col Jazz: nelle versioni improvvisate e nelle variazioni della mia lirica”. “Ci sono cose che restano per anni sotto il peso di un crollo senza data (…). Un equilibrio da sortilegio (…)”. E ancora un’altra composizione, dalla stratificazione jazzata: “Quasi a quest’ora tutti i giorni il sogno di Milano si fa rosa di smalto, atroce ed isolato. Qui l’acqua era la forma del futuro annunciato e ripetibile, e ancora tuttavia c’è un salto più assoluto (…). E la piazza così muore perfetta (…). Da qui nessuno dopo noi (…), da qui si chiude ogni immediata levità”. La voce, fulcro della dialettica, fuoco della filosofia occidentale: non è un caso, che il prossimo appuntamento di Umbria Poesia, settembrino, sia dedicato alla Grecia.

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