Costanza Lindi intervista Alessandro Fo

Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) è professore ordinario di Letteratura Latina presso l’Università di Siena. Come poeta ha pubblicato: Otto febbraio (Scheiwiller 1995); Giorni di scuola (Edimond 2001); Piccole poesie per banconote (Polistampa 2002); Corpuscolo (Einaudi 2004); Vecchi filmati (Manni 2006); Mancanze (Einaudi 2014): Premio Viareggio per la Poesia 2014.

Una cultura estremamente legata al mondo greco classico la nostra, soprattutto per quanto riguarda la poesia. Che connessione esiste e sopravvive tra la classicità e la tua poesia oggi?

Per il mondo occidentale chiedersi quale rapporto vi sia fra la letteratura di oggi e quella del mondo greco è un po’ come chiedersi quale rapporto vi sia fra l’universo attuale e il big bang. Il mondo greco, anche in parte attraverso quello romano che se n’è nutrito e lo ha ulteriormente veicolato, è una miniera di archetipi di storie (basti pensare ai miti: citando a caso, la guerra di Troia, Odisseo, Edipo, Medea e gli Argonauti, Alcesti, Prometeo, Teseo, Eracle, le Muse…) e di forme: la tragedia, la commedia, il poema epico, la lirica, il pensiero filosofico e storiografico, perfino il nostro ‘romanzo’. E già mentre tracciavo questo minimo elenco vedevo affiorare giganti come James Joyce, Derek Walcott, Konstantinos Kavafis, Thomas Harrison, Pier Paolo Pasolini… Ma, guardando ancora più sottilmente, molta poesia moderna è figlia innanzitutto di tecniche e astuzie letterarie messe a punto dalla Grecia ellenistica, che già iniziava a ‘canonizzare’ i grandi del proprio passato, e nel contempo a competere con quella tradizione per conquistarle nuovi e inediti spazi. Arte allusiva, carmi figurati, acrostici, giochi strutturali di ogni ordine e grado: tutto ha radice nel patrimonio greco tanto classico quanto alessandrino.

Ciascun poeta di oggi, poi, fa i propri conti personali con questa enciclopedia primigenia di tecniche, motivi, tratti topici. A volte anche in maniera inattesa. Forse quasi nessuno dei lirici moderni è rimasto o può rimanere immune dalla presenza modellante dell’antico epigramma: si corre da casi limite come l’Antologia di Spoon River ai nostri Fortini e Caproni. Molto più insolito è imbattersi in un’operazione come quella del pistoiese Francesco Bargellini, di cui sono venuto a conoscenza lo scorso anno, e che ho seguito e sostenuto con passione. A scopo autoconsolatorio, Bargellini ha cominciato a tradurre in versi tratti particolarmente intensi di quel poeta della prosa che è Platone. Ne è scaturita infine un’intera silloge, che potremmo definire l’integrale poetica di Platone o identificare come il ‘dialogo dei dialoghi’ (e in poesia!): il Platone di Platone. Il libro (splendido) sta per uscire presso Aragno con il titolo Platone!

I miei conti personali con i classici sono una goccia nel mare. Venero le opere di Omero, Saffo, Teocrito, Platone, e perfino Longo Sofista. Qualche critico che si è occupato della mia poesia mi ha con giocosa serietà dato dell’‘alessandrino’. Ed è vero soprattutto per l’idea di fondo della poesia, per la serietà (leggera) con cui mi ci applico, per l’attenzione alle forme. Ma il mio dialogo è forse più che altro mediato dai latini: Teocrito, ma soprattutto Virgilio nelle mie Bucoliche (al telescopio). E, in molti testi qua e là sparsi, evidenti parentele con Catullo e Orazio, nonché Rutilio Namaziano, l’ignoto, oscuro poeta che però – come Ripellino scrisse di Majakovskij – «ferì la mia giovinezza».

 Perché, a tuo avviso, oggi si pubblicano libri di poesia?

Perché, nonostante la cattiva stampa che ha, nonostante l’avallo che a tale cattiva stampa danno sciocche formulazioni molto vulgate di provenienza culturalmente medio-bassa (penso ai noti versi di De Gregori contro i poeti «brutte creature»), nonostante il topos che non si vende, nonostante il topos che non si capisce, nonostante la concorrenza di mezzi molto più ‘facili’ da fruire, resta il dato di fatto che la poesia in sé, e l’opera di poesia come suo ‘inveramento’ concreto, sono un bisogno primario dell’anima.

È un bisogno incontrarla, scoprirla, conoscerla, scriverla, comunicarla.

La rinuncia alla poesia sarebbe – e per molti già è – un sottoscrivere l’opzione dell’aridità. Teoricamente nessuno vorrebbe una vita arida; in pratica molti ce l’hanno e se la tengono ben stretta, e pure, magari, con orgoglio – anche se non credo con grande giovamento interiore. Ma finirà quest’epoca che, con geniale neologismo, il poeta Lugi Socci ha definito in certi suoi versi «di deversificazione».

 

Com’è possibile avvicinare il lettore al genere della poesia?

Non voglio guardare a questa domanda dal punto di vista odierno e spiccatamente massmediatico delle strategie di marketing.

Se la domanda è rivolta a chi scrive, la risposta resta quella che dava già Saba: «ai poeti resta da fare la poesia onesta». Un poeta che sappia quello che fa, e nel contempo tenga conto di chi lo deve leggere, di come si potrà porre di fronte a quel messaggio; un poeta che onestamente cerchi di mediare a un destinatario un certo momento alto o particolarmente intenso (nel bene o nel male) vissuto nella propria esperienza, non può «fallire a glorioso porto». Cioè, non può mancare di ‘avvicinare’ la poesia al lettore. E ho citato a bella posta Dante, perché un poeta senza dubbio non facile, come lui, è tuttora in grado, per la sua travolgente ‘onestà’, vale a dire per la sua genuina e profonda contiguità con ciò che conta per ‘gli altri’, di incontrare un suo pubblico, anche illetterato. E lo stesso vale – forse su minore scala – per un Ariosto o un Leopardi.

Avvicinare i lettori alla poesia potrebbe essere invece un compito più da ‘critico’. Ma, anche lì, pure la critica deve sapersi fare onesta. E invece, forse ancora più che nel fare poetico, la tentazione del narcisismo prevaricatore finisce spesso per farla da padrone. E in certi casi per ‘uccidere’, a colpi di becera gratuità pseudo-brillante, l’autentica poesia su cui lavora, e cioè, paradossalmente, la propria medesima fonte di sussistenza. Sto traducendo e commentando Catullo per una nuova edizione nella NUE Einaudi: posso pertanto fare il caso, per esempio, di molta critica catulliana, specialmente la cosiddetta ‘porno-critica’, pronta a vedere sesso di ogni ordine e grado ovunque, schiacciando una lirica d’intelligenza sopraffina su schemini pseudo socio-antropologici, e su letture simboliche da studentelli alle prime tempeste ormonali o fregole scollacciate. Fortuna che poi la poesia continua a vincere sempre, scrollandosi di dosso questo pulviscolo – come ricordava Calvino a proposito dei ‘classici’.

Nella tua raccolta Piccole poesie per banconote vi è una simpatica forma che unisce i tuoi versi all’elemento quotidiano. Le banconote che illustrano l’opera creano una suggestiva cornice che rende curioso il lettore. Vuoi spiegarci il motivo di questa scelta?

La frenesia che anima costantemente ogni tentato poeta è quella di «pubblicare», di sommergere il mondo con le proprie liriche. Vanni Scheiwiller, che pure è stato un grande piccolo editore di poesia, se ne faceva beffe con la formula Le smanie della verseggiatura. Ora, imbattendomi nelle varie scritte circolanti sulle banconote, pensai: ma quale forma di maggiore circolazione potrebbe avere una poesia, che non su una banconota? Era il momento del passaggio dalla lira all’euro, e così, anche per salvare alla memoria dei posteri l’immagine delle banconote nel momento della rispettiva uscita di corso ed entrata in vigore, misi insieme una silloge ‘sperimentale’ di poesie brevi, immaginate come scritte o da scriversi su recto e verso delle singole banconote, ed effettivamente riportate (scritte a mano da me) sulla riproduzione di ogni singolo ‘taglio’. Immaginavo di ottenere forse anche un qualche contributo dal Ministero del Tesoro o da qualche banca. Invece molti lodarono, nessuno finanziò. Così l’ho pubblicata a mie spese: banconote contro banconote.

L’ironia con cui usi metafore e schemi poetici è affascinante in questa raccolta. Dal Sonetto con rughetta alla poesia figurata. A tal proposito ti chiedo se c’è, nelle tue letture, un poeta, o più, a cui ti senti più vicino.

Ce n’è naturalmente più d’uno, anzi più di una squadra; ma nel centenario della sua scomparsa mi è particolarmente caro fare il nome di Guido Gozzano. Anche lui, in modo diverso da Rutilio, ferì la mia giovinezza, e mi ha dato un imprinting cui tengo, e che qua e là credo si possa avvertire facilmente. Sono pertanto molto felice che l’abbiano pensato anche gli organizzatori di un convegno gozzaniano previsto a Torino dal 27 al 29 ottobre, che mi hanno voluto invitare a prendere parte a una tavola rotonda di poeti di oggi chiamati a testimoniare della sua ancora viva, feconda, perdurante e magistrale presenza.