Sergio Pasquandrea intervista Luigia Sorrentino

 

Quelli di giornalista e poeta sembrerebbero all’apparenza due lavori opposti: una parola “pubblica”, proiettata sui fatti oggettivi, contro una “privata”, interiore. Come riesce a farle convivere?

 

Sono due lavori che richiedono quotidianamente impegno e dedizione, ma riesco a conciliarli. Credo di riuscire a raccontare con oggettività “i fatti” quando svolgo il lavoro di giornalista e a coltivare nel privato il mio interesse per la poesia.  Ai giovani che mi domandano quale occupazione sia compatibile con l’attività del poeta, rispondo: “Va bene qualsiasi lavoro”, si trova sempre lo spazio per scrivere, studiare, approfondire argomenti d’interesse personale e a vivere pienamente l’esperienza umana, che è alla base dello scrivere poesia. La persona-poeta, la giornalista, s’identifica con la libertà che implica la coscienza. È consapevole che la società è il luogo dell’uomo e della donna e che la libertà è fonte di responsabilità.

 

Qual è stata (se c’è stata) la prima scintilla, che ha fatto scoccare l’amore per la poesia e la volontà di scriverla? Saprebbe individuare un momento germinale?

 

Il momento germinale per me è nell’infanzia, quando inizia la percezione. Più volte ho detto che per me la poesia è un suono di culla che arriva all’orecchio della bambina, un suono ipnotico, labirintico, concentrico, ermeticamente chiuso nel suo nucleo centrale.  La prima scintilla nasce lì, in un luogo intimo e protetto nel quale ci siamo trovati e dal quale non avremmo voluto separarci, e dal quale, invece, ci siamo separati… Ed è proprio dalla separazione, dalla nostalgia, nel dolore del ritorno, che nasce la poesia, che non è necessariamente e subito uno scrivere. La scrittura arriva a un certo punto, quando si incomincia a lavorare per ricongiungersi a quel suono dal quale ci siamo separati. Ogni poesia che scriveremo in futuro manterrà molto di quell’origine, ripeterà, nell’azione della volontà, la pienezza di quel suono che l’ha germinata e sarà sempre il frutto di un’attività solitaria e segreta.

 

Il suo ultimo lavoro, “Olimpia” (Interlinea, 2013), è stato definito un libro iniziatico, orfico: una sorta di discesa mitica alle radici dell’umano. Può spiegarci com’è nato?

 

Il lavoro su Olimpia è cominciato all’improvviso, dopo un ritorno nei luoghi dell’adolescenza. Non avevo assolutamente idea che quel ritorno mi avrebbe portato a scrivere la prima sezione di Olimpia che ha per titolo: “L’antro” e poi, via via, le successive sezioni che compongono il libro. Non sapevo che quello che avrei scritto sarebbe stato definito un libro “orfico”, avvertivo però che nella mia percezione stava entrando un elemento sacro con il quale la poesia conserva una certa parentela.

 

Leggendo le poesie di “Olimpia”, si coglie senz’altro il richiamo alla Grecia antica, mediato però dalla poesia moderna e contemporanea (fra i primi nomi che mi vengono in mente c’è Yves Bonnefoy, ma anche, andando un po’ più indietro, Rainer Maria Rilke).  Qual è, oggi, il senso del tornare ai classici e al racconto mitologico? E come i classici possono parlare agli uomini del Ventunesimo secolo?

 

Gli antichi maestri, “i classici”, non hanno mai smesso di parlarmi. Per me la relazione con il passato, con i grandi poeti che ci hanno preceduto, è necessaria. Forse non avrei mai potuto scrivere Olimpia se non avessi letto Hölderlin, Rilke, Bonnefoy, ma anche Esiodo, Eschilo, Sofocle. Tuttavia Olimpia non ha la pretesa di essere un poema mitologico, non narra una leggenda, né propone un racconto favolistico, ma invita il lettore a una riflessione sulla poesia, sulla relazione tra l’uomo e la sua origine, sull’ineluttabilità del destino, sull’irrevocabilità della morte. È questo il carattere dell’opera che avvicina la dimensione culturale del mito alla condizione umana. Così Olimpia parla all’uomo del ventunesimo secolo.

 

Il linguaggio di “Olimpia” è da una parte arcano, oracolare, persino enigmatico, ma dall’altra vi si legge un grande sforzo di depurazione, di trasparenza espressiva, che lo rende “classico”. Si riconosce in una simile lettura?

 

La lingua di Olimpia, anche attraverso l’uso dei verbi, rimanda a una forma perduta e alla perdita di un’identità culturale. Non so se per l’utilizzo di questo linguaggio Olimpia possa essere considerato un “classico”. Un “classico” per me è eterno, immortale, perché crea la tradizione prima ancora di attingere a essa… È  una guida per orientarsi nelle situazioni in cui la realtà appare particolarmente confusa, difficile da interpretare… Non so se Olimpia risponda a questi requisiti e forse non spetta a me dirlo.

 

Nel 2015, Olimpia è stato tradotto in francese, per le edizioni Recours au Poème. Quale impressione ha avuto nel leggere i suoi versi tradotti?

 

Un senso di gratitudine profondo. Sono grata alla traduttrice, Angèle Paoli, per aver deciso spontaneamente di tradurre Olimpia, per avermi comunicato questa sua decisione solo a lavoro ultimato e senza che ci fossimo mai parlate o conosciute prima. È stata Olimpia a farci incontrare. Sono profondamente grata a Gray Sutherland che non conoscevo, per aver tradotto spontaneamente Olimpia in lingua inglese e anche a Anthony Molino, che ha lavorato in un secondo momento con Gray alla traduzione del libro. È stata un’esperienza bella e faticosa, ma ricca dal punto di vista professionale e umano. La traduzione è importante, perché determina un trasferimento di luogo della lingua, quindi anche l’opera assume connotati diversi, subisce una vera trasformazione. Molto dipende dalla bravura del traduttore o della traduttrice.

 

Una domanda forse scontata, ma inevitabile: il blog di poesia della Rai, che si distingue dai tanti blog di poesia perché non ospita testi propri, ma si pone al servizio degli altri. Com’è nata quest’esperienza e qual è il bilancio che si sentirebbe di trarne?

 

Un bilancio nettamente positivo e soddisfacente. È vero, il blog non ospita le mie poesie, raramente è possibile trovare qualche recensione su uno dei miei libri. Il blog che amministro sul sito di Rainews24 è molto seguito e non soltanto da poeti o da chi legge e segue la poesia, ma anche da artisti, intellettuali e da lettori che vogliono orientarsi nel mare magnum delle nuove proposte editoriali. Lo considero un traguardo raggiunto che ha superato le mie aspettative… Forse conserva un segreto che nemmeno io conosco.

 

Quale le sembra, oggi, la situazione della poesia in Italia? Chi la scrive, come, perché?

 

Il nostro è un paese di poeti. È difficile fare un bilancio sulla situazione della poesia italiana, anche perché i poeti contemporanei del secondo Novecento che ho letto e assimilato sono totalmente diversi l’uno dall’altro, ma essenziali alla mia formazione.  Un dato, invece, è davvero sorprendente: sono in crescita in Italia i giovani poeti, alcuni di essi sembrano promettere davvero bene. Fanno ottimi libri supportati da editori che credono nelle loro capacità. Penso che la necessità di scrivere poesia nelle nuove generazioni nasca dal desiderio di essere ascoltati, di partecipare a una realtà che invece tende a escluderli, a emarginarli. Non dobbiamo sottovalutare la loro richiesta di attenzione, ciascuno di noi è chiamato a offrire il proprio contributo per aiutarli.

 

Si parla spesso dell’assenza di un pubblico per la poesia e della necessità di riavvicinarla, se non a un mercato, perlomeno ai suoi potenziali lettori. Qual è il suo parere al proposito?

 

Il pubblico della poesia è in aumento perché aumentano le persone che scrivono poesia. In realtà non c’è un vero pubblico della poesia e i lettori sono davvero pochi se paragonati a quanti invece leggono libri di narrativa o di saggistica. La poesia non diventerà mai oggetto di consumo, è una materia incandescente con la quale è difficile entrare in contatto. È destinata agli eletti, ai prescelti e credo questa sia anche la sua salvezza, il rimanere appartata, defilata. “Non essere limitato da ciò che è grande, essere contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”, è l’esergo a Olimpia. Riprende la massima che si legge sulla tomba di Ignazio di Loyola: “Non coerceri maximo, contineri minimo, divinum est”, che è anche l’esergo scelto da Hölderlin per il suo Iperione. Questo ci dice che il divino è nell’infinitamente piccolo, in quelle cose piccole e apparentemente insignificanti che spesso sono oggetto della poesia. È questa la ragione per la quale la poesia è destinata a non avere mai troppi lettori… lettori appassionati delle altitudini sì, disposti a salire sulle vette del monte e poi a ridiscenderle.

 

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