Martina Pazzi intervista Sergio Pasquandrea

Sergio Pasquandrea, poeta foggiano, classe 1975, giornalista e critico musicale – collabora con il bimestrale “Jazzit” e con i blog “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito”, “Jazz nel pomeriggio”, “World Social Forum”, “Artmaker” –, risiede a Perugia dai primi anni Novanta. Docente di Lettere, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Linguistica, nel 2007, all’Università di Pisa, e, a partire dallo stesso anno, ha lavorato, fino al 2010, come assegnista di ricerca all’Università per Stranieri di Perugia, per poi essere insignito, dallo stesso 2010 al 2015, del titolo di Cultore della materia in Sociolinguistica all’Università degli Studi di Perugia.

 

Nella sua concezione della scrittura sul Web, al di là della mera condivisione che la parola poetica può avere o meno fra i bloggers, o i semplici sostenitori dell’esistenza di un vate nella società contemporanea, o di un suo succedaneo, anche delle “Ruminazioni” (http://ruminazioni.blogspot.it) – la ruminatio, d’altronde, era una prassi consolidata nel passaggio da un tipo di lettura silenziosa ad un tipo di lettura ad alta voce, sia si trattasse della ripetizione di excerpta, estratti dalle Sacre Scrittura, o di un mantra – o dei “Gusci di noce” (http://guscidinoce.wordpress.com) possono divenire oggetto di poesia, di una poesia delle “approssimazioni”, seppur non approssimata. E Sergio Pasquandrea ha esordito come poeta nel 2014, non a caso, con Approssimazioni, editata da Pietre Vive, nella collana indipendente I Cento Lillo; l’anno seguente edita Oltre il margine, con Fara Editore – con cui, peraltro, ha pubblicato una plaquette, Topografia della solitudine –, mentre a novembre di quest’anno si registra l’uscita di una terza silloge, dal titolo Un posto per la buona stagione. Suoi testi sono apparsi in riviste – fra le altre, “Gradiva. International Journal of Italian Poetry” – e su blog letterari – fra cui, “Poetarum Silva”.

 

In un gustosissimo libro che porta la firma di Sandro Petrollini, Av’anti un’altro, ci si chiede se sia “così facile scrivere”, se sia “proprio così facile fare il giornalista e restarci” e quale sia, in ultima istanza – se di lotta si può parlare –, “l’eterna battaglia tra strafalcioni e consigli”. Claudio Magris, dal canto suo, ha scritto, in un articolo apparso sul Corriere della Sera, che “la cultura, in ogni campo, è anzitutto sintassi, un ordine delle cose (…). Oggi – prosegue – è questa sintassi – linguistica, culturale, intellettuale, morale – che sta disgregandosi in un budino appiccicoso in cui è possibile dire tutto e il contrario di tutto (…)”. Convieni con questa affermazione, in quanto giornalista e blogger, e anche come scrittore di racconti e di saggi – il riferimento è a Volevo essere Bill Evans, edito per i tipi di Fara, e a Breve storia del pianoforte jazz. Un racconto in bianco e in nero, editato da Arcana – ? Pensi che “cultura” e “sintassi” possano – ancora – porsi su un piano di sinonimia, o che l’anacoluto, l’anfratto dato dal “non detto”, la rettifica tardiva o, peggio ancora, non effettuata, stiano prendendo il sopravvento, scompaginando quell’“ordine delle cose” che la scrittura, forse, riesce ancora a preservare?

 

Istintivamente, starei dalla parte di Magris. Perché, lo ammetto, sono per natura ordinato (stavo per dire ossessivo-compulsivo, ma mi sono fermato in tempo), e anche perché per buona parte della mia adolescenza sono stato un avido lettore di Italo Calvino, uno scrittore che ha fatto dell’ordine e del nitore i suoi segni distintivi. Del resto, in tutti i libri di poesia che ho pubblicato c’è sempre un ordine, a volte esplicito a volte nascosto. Non potrei pensare di pubblicare un libro che non abbia una sua ragion d’essere, una sua linea narrativa, cioè – in ultima analisi – un ordine. Certo, a volte mi sono divertito a nasconderlo, quest’ordine. Per esempio in “Oltre il margine”, che è uscito l’anno scorso, le sezioni sono ordinate secondo una precisa sequenza matematica: ma questo lo so io, e credo che nessun lettore se ne sia accorto. E in fondo, va bene così.

Allo stesso tempo, crescendo e maturando (ormai ho passato la fatidica soglia degli -anta), ho imparato sempre più ad apprezzare il valore salvifico dell’anacoluto. Prima citavo Italo Calvino: ebbene, è proprio lui che da qualche parte – ora non ritrovo il passo, ma potrebbero essere le “Lezioni americane”, oppure “Collezione di sabbia” – raccontava di come non so più quale popolazione, nel tessere i tappeti, usasse lasciare l’ultimo filo non annodato. Come se nessuna perfezione potesse essere viva senza quel margine di imperfezione.

È una lezione che mi viene anche da due delle mie grandi passioni: il Giappone e il jazz. Nella calligrafia giapponese, e nell’arte giapponese in generale, non è la perfezione ad essere apprezzata, quanto piuttosto il suo contrario. Una ciotola da té è più bella se è grezza, o addirittura se è rotta e poi riparata, o se porta su di sé la patina del tempo. Di una calligrafia, si apprezzano i segni del pennello, le piccole macchie d’inchiostro cadute per caso sul foglio. C’è persino una parola per definire questo concetto: “wabi-sabi”, ossia la bellezza di ciò che è caduco, impermanente.

Per quanto riguarda il jazz: i grandi jazzisti sono stati sempre maestri nel valorizzare l’errore e trasformarlo in arte. Thelonious Monk diceva che l’importante non è non fare errori, ma fare gli errori giusti; e Miles Davis era famoso per la sua abilità nel trasformare le note false, le stecche in inaspettati punti di svolta. Solo accettando il momento presente, con la sua imperfezione, si può creare qualcosa di veramente bello.

Attenzione: non sto lodando il lavoro pasticciato o l’incuria. Sto solo cercando di preservarmi da quella perfezione parnassiana che rende un’opera simile a un cadavere. Anche quando disegno – un’altra delle mie passioni – mi piace lasciare sempre un dettaglio incompiuto, una linea non completamente finita, una campitura grezza. E confesso che alcuni dei miei versi che amo di più sono nati per caso, da un errore o da una svista.

 

A proposito di Oltre il margine (Fara, 2015; Opera vincitrice del concorso Faraexcelsior 2015), il cui indice conoscitivo è strutturato, seguendo un “filo di versi” che riecheggia quello di Arianna, nella versione di Giorgio Ieranò, in varie sezioni illustrate, da “Macchie” ad “Archivio delle lettere non scritte”, da “Intermezzo” agli apparati, oltre che testuali, paratestuali, nella sua postfazione alla raccolta, Vincenzo D’Alessio scrive che “Quest’opera prende spunto anche dalla quotidianità professionale, come avviene nella poesia La campanella: gli alunni diventano il motivo del racconto, la lotta ancora una volta tra conoscenza (saggezza) e trasparenza”. Un vezzo, che, credo, accomuni un po’ tutti i lettori, è quello di leggere la quarta di copertina, dove, in questo caso, campeggia la seguente affermazione: “Una poesia dell’impossibilità, dove la ricerca che si compie (attraverso l’unico strumento che ci è dato, la poesia stessa) è destinata a fallire ma che non può esimersi dall’essere compiuta: ‘non serve a molto avvicinarsi / se poi fuori fuoco rimane / il dettaglio (…)’. Quello che conta è compierla, questa ricerca, poiché il materiale che ne emerge ha piena legittimità di esistenza, è anzi la ragione per cui non ci si può sottrarre all’imperativo di filtrare le esperienze di vita attraverso la lente della poesia”. La lente della tua poesia è una lente deformante? Sancisce e, al contempo, tenta di superare un limes, fosse esso una ‘siepe’, una soglia, un senso di incomunicabilità che a volte tenti di sondare, di sezionare con strumenti che esulano dal lessico poetico tout-court? La parola poetica in-scrive o de-scrive, a tuo avviso? Scalfisce? O è destinata a prendere atto del margine stesso? Forse non è un caso se in La chair est triste affermi: “Le voci sono opache oltre i muri del bagno ultima Tebaide / conosci te stesso la carne pallida allo specchio lascia sfumare gli odori / rifletti per sei minuti sulla vecchiaia / fa’ agire il colluttorio per trenta secondi /  cancella mentalmente le conclusioni”. E poi c’è l’esilio, la dimensione dell’allontanamento, e della tensione al riavvicinamento al margine: cosa puoi dirci a riguardo, anche sulla base di una riflessione, che, più di tutte, verrebbe da evidenziare: “È come quando afferravi la falda / perché l’areola era sfuggita all’occhio / quando lo sguardo ricadeva a picco / su ciò che il corpo aveva già negato”?

 

Mi ricollego a quanto dicevo nella risposta precedente. La realtà è imperfetta e la poesia, se vuol essere vera, ha il compito di aderire a quell’imperfezione. I corpi sono fatti di pliche, rugosità, cicatrici, macchie. La realtà, pirandellianamente, “non conclude”, né potrebbe concludere. Ogni ordine è un ordine mentale, e quindi in ultima analisi un inganno della mente. In “Oltre il margine” ho voluto indagare proprio quella che io chiamo “la lingua fragorosa degli oggetti”, saggiarne gli spigoli anche a costo di pungermi.

Per rispondere alla tua domanda: non so se la mia poesia deforma o scalfisce o cos’altro. Però so che cosa vorrei adesso dalla mia poesia: che aderisse alla forma del mondo e che – come ultimo asintoto – arrivasse a cancellare l’Io. Ecco, una poesia completamente priva di Io sarebbe il mio sogno.

Questo è il senso del “margine” di cui parlo nel libro, ed è anche il senso che ho voluto dare al titolo della raccolta. Il titolo è tratto dagli ultimissimi versi del libro: “Il senso è oltre il margine / delle parole nel bianco indiviso / della pagina vuota”. Quasi che l’esito ultimo e definitivo della poesia possa essere soltanto il silenzio, il bianco della pagina prima che vi si posi la penna.

Poi, per essere precisi, quei versi non sono gli ultimi della raccolta. Subito dopo c’è un ideogramma, quello che in cinese si legge “wu” e in giapponese “mu”, e che indica un concetto fondamentale per la filosofia Zen: il Vuoto. Un vuoto che non è, come nella filosofia occidentale, un termine negativo, ma anzi il punto da cui tutto ha origine. La mente che, solo svuotandosi, può accogliere il mondo. Il vaso che si definisce non per ciò che è (le sue pareti) ma per ciò che non è (lo spazio vuoto che contiene e che è pronto per essere riempito).

Infine, per quanto riguarda l’uso del lessico “impoetico” che notavi nella raccolta, ossia i termini tecnici, le parole quotidiane. Rientra nello stesso discorso: se la poesia vuole aderire al mondo, non può rifiutarne nessuna parte, nemmeno quella più vicina alla carne. Anzi, si fa tanto più poesia quanto più si avvicina alla pelle ruvida del mondo.

 

Ancora una quarta di copertina, quella di Approssimazioni (Pietre Vive, 2014), che trasforma l’opera intellettuale in un libro, e, per l’esattezza, “in una raccolta di poesie erotiche, tutte giocate su una voluta ambiguità: quella fra figura femminile da un lato, e la poesia stessa dall’altro. Il percorso è quello di una progressiva “approssimazione” (…). Scrivere e riscrivere, un lavoro di gestazione, di cancellatura, e, appunto, di avvicinamento, graduale, a tratti procedente per errori, omissioni, improvvise epifanie. Un lavoro, quello dello scrittore, che per Roland Barthes, poteva (e può) essere reso col corpo. La manualità insita nella scrittura può condizionare questa approssimazione, secondo te? Se, come scrivi in Cameo, “(…) pensi di profilo. Per qualche ragione oggi è solo così che riesc[i] a veder[la] – anche se (…) manca lo sfondo ma forse una foglia d’oro farebbe al caso. Prov[i] a partire da qui per comporre il gesto l’angolo necessario a equilibrare la posa ma non c’è niente da fare [ti] rimani incisa su una lieve opalescenza (…)”.

 

Con “Approssimazioni”, ho voluto tentare un’impresa impossibile. Scrivere un libro che fosse, allo stesso tempo, al massimo grado astratto e al massimo grado concreto. Considero quel libro una sorta di punto-limite, dal quale infatti sono poi tornato indietro: una poesia che tende al prezioso, all’oscuro, a volte persino all’indecifrabile. In esso, agiscono – come in una sorta di polarità – quelle che erano, mentre lo scrivevo, le mie due influenze principali: Valerio Magrelli e Milo De Angelis. Magrelli per la tensione intellettuale, De Angelis per la volontà di unire punti lontanissimi cancellando i nessi intermedi, saltando qualunque mediazione.

Molti le hanno definite “poesie erotiche”, e in effetti tali sono se le si legge in senso strettamente letterale, ma forse la definizione più calzante me l’ha data Walter Cremonte: “un corpo a corpo con la scrittura poetica”. E infatti il libro si apre sul massimo dell’astrazione (“siamo già tutti fonema”) e si chiude sul massimo della concretezza (“il sapore dei tuoi capezzoli”). Nel mezzo, c’è una parabola tesa sul vuoto.

Da lì, comunque, sto tornando indietro, come dicevo. In ciò che scrivo adesso, cerco soprattutto la trasparenza stilistica, l’abbassamento prosastico, la semplicità che a ben guardare è un traguardo da raggiungere, perché – come diceva Galileo Galilei – “parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi”.

 

 

In Un posto per la buona stagione, raccolta che ti è valsa il premio della XVI edizione del Premio Nazionale “Teglio Poesia”, promosso dal comune di Teglio Veneto, indaghi il senso, la spaccatura, la cesura, a volte il valore di una ferita, la tua, quella di tutti, quella di un’epoca, la nostra. E torna, a primo acchito, il tema della corporeità della scrittura, del solco apportato dalla penna che scrive, che provoca quella ferita, e che a volte la esorcizza. Credi che la scrittura, in questo senso, possa avere anche un valore terapeutico, che possa sanare quella ferita? Ferita della natura-tutta: in una sua poesia, intitolata Non un sole comune, il poeta neo-zelandese Hone Tuwhare, esortava un albero a lasciare cadere le braccia: “Albero, lascia cadere le braccia – scriveva –: non levarle di getto a supplicare la nube incoronata di luce. Che si vuotino d’ogni resistenza ed elasticità, perché non c’è più solo un’ascia da smussare o un fuoco da soffocare. La tua linfa mai più risalirà attratta dalla luna. Non chinerai mai più la testa deferente ai discorsi del vento, né ti agiterai al solletico della pioggia che scorre (…)”.

 

Il tema del corpo è uno di quelli che mi si riaffacciano sempre, quando scrivo. Dico “si riaffacciano” proprio nel senso che non lo faccio apposta, vengono fuori da soli, che io lo voglia o no. In questo caso, sì: un corpo ferito, persino mutilato, che cerca (trova?) una possibile guarigione.

Vorrei anche precisare che “Un posto per la buona stagione”, sebbene esca solo ora, è in realtà il mio primo libro. Sarebbe dovuto uscire cinque o sei anni fa, ma era rimasto inedito per via di vicende editoriali che preferirei non rivangare. Contiene testi scritti grosso modo fra il 2000 e il 2010, ossia quando avevo tra i venticinque e i trentacinque anni, e rappresenta una fase della mia vita legata al passaggio dalla giovinezza alla maturità. Una “linea d’ombra”, per dirla conradianamente. Mi fa uno strano effetto rileggere quei versi oggi, perché io ormai sono diverso, come lo è il mio modo di scrivere, ma allo stesso tempo ritrovo in quel libro temi sui quali ho continuato, e continuo tuttora, a lavorare.

Poi, onestamente non so se la ferita possa risanarsi o no, tantomeno se possa farlo tramite la poesia. Se c’è una cosa di cui sono convinto, è che non si scrive perché si vuole, ma perché si deve; e non si scrive come si vuole, ma come si può, nell’unico modo possibile. Se ciò porti alla guarigione, è da vedere, ma come diceva Wislawa Szymborska, “Preferisco la vergogna di scrivere poesie alla vergogna di non scriverne”.

 

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