Barbara Bracci intervista Silvio Mignano

 

 “[…] Allora anche a questo servono

i polpastrelli, fatti per conoscere

e disegnare le cose che ci sfuggono.”

 

Ciao Silvio e grazie in anticipo per la chiacchierata poetica. Parto da una suggestione avuta leggendo “La nostra ribelle buona educazione” e i tuoi inediti. Sembra quasi che, nella concretezza delle situazioni che racconti, alla fine, tra viaggi e luoghi, l’unica cosa concreta sia la poesia, quella che ti permette di afferrare davvero la vita.

 

Sì, credo che sia una lettura corretta, o almeno, una delle possibili letture. E dici bene quando ti riferisci alla poesia e non più genericamente alla letteratura. Vedo infatti una differenza in me stesso quando scrivo narrativa o poesia: nel primo caso prevale una dimensione ludica, di gioco, ancorché gioco serio, perché posso nascondermi allo sguardo del lettore, celare segmenti di me stesso nei diversi personaggi; quando invece scrivo poesia, mi metto maggiormente a nudo, e mi trovo a dover afferrare la vita, come hai detto.

 

“[…] mancherò io, non starò guardando,

non avrò paura che si rovesci

il peso che mi grava sopra il cuore.”

 

Ancora sugli ossimori di cui mi pare intrisa, più nel sentire che nelle parole, la tua poesia. Quanto pesa e come si può riempire – anche coi versi – l’assenza, per chi viaggia, gode di tante realtà e poi le lascia?

 

Moltissimo. Negli ultimi anni è stato forse il dato centrale della mia poetica. Riesco a parlare di un luogo, il più delle volte, solo quando me ne sono allontanato e dunque quando esso visita la mia memoria con una patina di nostalgia, con lo struggimento della perdita. Viaggiando spesso ci si dovrebbe impossessare di molte realtà, di molte esperienze, di molti luoghi; forse è vero, ma a me sembra soprattutto che si finisca per perdere molto più di quanto si acquisti, perché aumentano i distacchi e il dolore che ad essi segue. L’assenza, appunto. In questo senso la differenza tra narrativa e poesia è minore, almeno per me. Ho scritto di Africa solo anni dopo averla lasciata, e lo stesso mi è accaduto di recente, quando sono riuscito ad avere la distanza giusta per scrivere due romanzi ambientati a Basilea, una delle patrie che più sono rimaste nel mio cuore, e addirittura a Gaeta, il luogo della mia infanzia e adolescenza.

 

Tra attualità, mitologia e passato: la poesia come umana operazione di sintesi. Che ne pensi di questa mia lettura dei tuoi versi?

 

Non ho mai pensato ai miei versi in questi termini. È chiaro che letture esterne – soprattutto quelle che provengono da interpreti attenti e preparati, com’è il tuo caso – possono farmi conoscere aspetti e sfumature che a me stesso sfuggono. Il passato e la mitologia sono certamente parte integrante della mia formazione ed è inevitabile che emergano tra i miei versi come un fiume carsico salito in superficie. L’attualità non mi interessa coscientemente, come materia poetica: non ho una particolare predisposizione per la poesia impegnata, per usare un termine d’uso. Tuttavia, non posso escludere che il mio tempo – il nostro tempo – vi si insinui senza che io stesso me ne renda conto. Se per attualità intendiamo poi la consapevolezza della contemporaneità, è più probabile che io mi riconosca nella tua definizione: perché il passato e la mitologia, se sono parte della mia formazione, non sono sufficienti a rendere la mia una poesia di tipo storico o troppo rivolta all’indietro. Credo che essa viva nella contemporaneità.

 

 “Ho fatto come la mia gente, se mai ne ho avuta una”.  Ancora i tuoi versi, a parlare. L’impressione è che, partendo dall’esperienza, tu sia sempre, forse volutamente, un passo indietro alla comprensione totale del mondo. Tra perdite e conquiste: viaggio come metafora di vita, nella tua “poesia di movimento” (come l’ha definita Enrico Testa in prefazione)?

 

Direi di sì. Il poeta non deve – forse non può – comprendere la totalità del mondo, né, soprattutto, porgercela. Il passo indietro è importante. È come quando si comprende e si ama la musica ma non si è capaci di ballarla, perché il pensiero è sempre una frazione di secondo indietro o avanti rispetto al tempo delle note. Da questo divario, spesso impercettibile, nasce la poesia. E, come dicevo prima, si resta sempre sospesi tra la conquista e la perdita. Oltre alla nostalgia del passato, dei luoghi che ci sono appartenuti e che abbiamo perso, c’è quella – forse addirittura più struggente – di ciò che non abbiamo mai posseduto, mai conosciuto, la nostalgia di un futuro che non è esistito ma che sarebbe potuto esistere.

 

 

“Una macchia rossa (involucro di cioccolatino?)

brilla come se tutto questo, e lo spazio attorno,

non fossero che un pretesto per continuare a illudersi”

 

Qual è la spinta creativa, lo slancio, la messa in discussione, che la poesia e l’arte danno al tuo lavoro di ambasciatore (e viceversa)? (Silvio Mignano è poeta, narratore, artista, illustratore, diplomatico, n.d.r)

 

La poesia e l’arte sono importanti per arricchire il mio lavoro di ambasciatore. Il diplomatico in fondo opera attraverso le parole, crea quotidianamente. Oltre a ciò, è evidente che se si rappresenta l’Italia la creazione culturale e il nostro patrimonio artistico sono strumenti inestimabili per farlo meglio. Quanto al viceversa, direi che più che del mio lavoro, che faccio di tutto per mantenere su binari paralleli e separati rispetto alla mia dimensione artistica, quest’ultima si nutra delle occasioni di conoscenza, di incontro, di viaggio legate a quel lavoro.

 

Oltre a quanto detto sei anche traduttore (dall’italiano, e viceversa), e ricorrono nella tua poesia parole non tradotte, oltre a un uso originale della lingua. Quanto la tua esperienza ha arricchito l’uso e la creatività della tua lingua, la consapevolezza poetica?

 

La lingua è un altro dei punti centrali della mia poesia. Mi interessa molto lavorare sulla parola. Il modo in cui ciò avviene può essere molto vario, dal recupero di termini ricercati al rifugio nella colloquialità, dalla creazione – con juicio – di neologismi all’uso di elementi stranieri. L’importante è che nulla sia fatto per vezzo, ma che alle spalle di ogni scelta vi sia quella che tu definisci la consapevolezza poetica, il convincimento che un verso sia come debba essere, sincero, ovvero autentico: che sostituendo una parola con un’altra si perda bellezza, e che dunque quella che si è scelto sia davvero la parola giusta.

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