Elena Zuccaccia intervista Francesco Dalessandro

Francesco Dalessandro, nato nel 1948 in provincia de L’Aquila, è poeta e traduttore. Dal 1958 vive a Roma. È stato tra i fondatori e redattori della rivista di letteratura “Arsenale”. Ha pubblicato: I giorni dei santi di ghiaccio (1983), L’osservatorio (1989; 1998; 2011), Lezioni di respiro (2003), La salvezza (2006), Ore dorate (2008), Aprile degli anni (2010). Tra le traduzioni: Wallace Stevens, Domenica mattina; Elizabeth Barrett Browning, Sonetti dal portoghese; Gerard Manley Hopkins, I sonetti terribili; George Gordon Byron, Il sogno e altri pezzi domestici; John Keats, Sull’indolenza e altre odi; William Shakespeare, Ladro gentile. Altre traduzioni su rivista dal latino, dall’inglese e dallo spagnolo. È da poco uscita, per Moretti & Vitali,  una riedizione aggiornata de L’osservatorio con una testimonianza di Attilio Bertolucci e un breve saggio di Gianfranco Palmery.

 

 

Dato che di recente rieditato, mi piacerebbe iniziare parlando de L’Osservatorio, libro che forse più di tutti attraversa il tempo e la vita dell’autore, un’opera in itinere, come la vita stessa.

La prima pubblicazione seguì un lungo lavoro di stesura durato dodici anni. Che tipo di lavoro di revisione accompagna questa nuova edizione?

“La mia natura è di mutare e rimutare, ed ancora di rifar volentieri, come quello che non ha fretta” scrive monsignor Della Casa; e io, a corredo, posso aggiungere che i veri momenti piacevoli sono “nel tempo del comporre”, come lo chiama Leopardi. È questa la breve eternità della poesia. Ma naturalmente non è quel che mi spinse a rivedere il libro. E farlo, nonostante ci avessi lavorato dodici anni prima di pubblicarlo per intero (nel 1989 era uscita solo la prima parte), dimostra che i miei tempi sono sempre molto lunghi (che l’elaborazione di una poesia duri venti e anche trent’anni non è straordinario per me, vero campione dei lavori in corso). Ironia a parte, sentivo che, nonostante il molto lavoro – come scrivo nella Notizia alla fine del libro – c’erano ancora parti non realizzate, opacità o durezze sintattiche, asperità del sentire e del pensiero. Insomma, mi pareva di dover apportare correttivi e revisioni… E poi c’era un altro motivo. Quando il libro uscì, se ne accorsero in pochi: ebbe il plauso – il più importante, è vero – di pochissimi amici e alcune lettere, accusandone la ricezione, espressero con poche parole un generico apprezzamento; suscitò appena un paio di quegli “agrodolci gesti di tolleranza”, come li chiamava Fortini, che sono le recensioni dei colleghi-amici e niente altro. Siccome lo consideravo un buon libro, mi sembrò doveroso dargli una seconda possibilità.

 

 

In esergo all’opera, una citazione da La finestra sul cortile di Hitchcock che mi fa pensare ad un guardarsi vivere, passivo, pessoano, un uscire da sé e guardarsi da fuori, non senza quella certa perversione intrinseca all’atto dello spiare un qualcosa che non si dovrebbe vedere – celato dalla tenda di un appartamento o dai veli che filtrano la conoscenza di se stessi.

Da questo la partenza, l’ispirazione per raccontare?

 

Non proprio, ma c’è, naturalmente, anche questo; in modo molto evidente, mi pare, nelle sequenze 4 e 5 (Buon pensiero del mattino I e II) della quarta parte, le uniche in terza persona (che è – come si sa – un mezzo per dire di sé con distacco). Osservarmi è però certamente consustanziale alla mia poesia e quindi una certa “perversione” dello spiare, nell’atto stesso di scrivere, senz’altro c’è.

 

 

Luogo centrale dell’opera è la città di Roma, che lei abita dal 1958. È Roma la Musa invocata, o la città eterna è (solo) cornice, della vita e della poesia, anch’essa in mutamento ma immortale?

 

Scrivendo quell’invocazione alla musa pensavo alla Poesia, in verità; alla poesia che mancava da qualche tempo per me e che improvvisamente si ripresentava. Sarebbe stato più giusto dire “Sei tornata, Musa, ecc.”, perché avevo già ripreso a scrivere da qualche mese. (Quella sequenza è, difatti, l’unica che non rispetti l’ordine cronologico di scrittura). In ogni caso, senza l’immersione, giorno dopo giorno, nel corpo vivo della città, senza l’ascolto delle sue vibrazioni e delle sue voci non so se avrei mai scritto un solo verso.

 

 

Una poesia del quotidiano, in grado però di attraversare il tempo e i tempi, camminandogli affianco più che contro. È un’immagine corretta?

 

Il tempo e i tempi che ci toccano in sorte sono (anche) il nostro marchio di fabbrica. Ciò vale per tutti, ma in special modo per un poeta. E attraversarli e raccontarli, essendo compresa e accolta in essi, è il compito che ha (anche) la poesia. Si può farlo in vari modi. Il mio è d’essere massimamente mimetico  con le “oscillazioni del fantasticare” e i “soprassalti della coscienza” (definizioni di Baudelaire). “Ci sono poeti che si pongono sulla scena del mondo e offrono (ai possibili lettori) lo spettacolo sorprendente – nel bene o nel male – della loro vita”, ha scritto pensando a me Alessandro Ricci, un grande poeta purtroppo quasi del tutto sconosciuto che ormai non c’è più (ma la sua poesia resta, per nostra fortuna!). Ovvero, l’esperienza personale come paradigma dell’esperienza di tutti, o, per dirla con Palmery, del “destino di ognuno”. È stato anche detto, della mia poesia, che si scrive camminando (e “Camminando” – questa è un’anticipazione – si chiamerà probabilmente il mio prossimo libro); ovvero, movimento e ritmo del verso rappresentano l’andatura, la cadenza dei passi (del resto, non si chiamano “piedi” gli elementi del verso, nella metrica classica? e Orazio non chiama lo scrivere versi “pedibus claudere verba”?). Perciò sì, è un’immagine corretta.

 

 

Torna un’idea cinematografica della poesia nella citazione di Ingmar Bergman, in esergo alla quarta parte de L’Osservatorio (“Ci sono immagini mobili, con suono e luce, che non vengono mai tolte dal proiettore dell’anima”). Il cinema è una forma d’arte che ha dalla sua l’immediatezza della forza visiva. A me sembra che questa forza di visione, di immagine immediata, accomuni cinema e poesia. Ma devo pur sbagliarmi, altrimenti avremmo tanti lettori di poesia quanti spettatori di cinema, e così non è.

La citazione da Bergman fa il paio con quella da Conrad per la seconda parte. E del resto nella nota finale, tornando alla citazione da Hitchcock, lo dico chiaramente: “la poesia è un processo verbale, esploso nella mente a partire dalla semplice visione”. Il catalano Pere Gimferrer (l’ho ricordato anche altrove) scrive che “tutta l’arte, in definitiva, non è che un punto di vista da cui guardare il mondo – per un solo istante –; non come idea vissuta giorno dopo giorno, ma come presenza che all’improvviso esplode davanti ai nostri occhi”. La poesia è esattamente quell’istante di nitida visione. Dunque il poeta (o forse dovrei dire “io”?), come il cineasta, racconta per immagini, accumulando dettagli fino a disegnare l’idea che aveva in mente. Perciò sono d’accordo sull’accostamento fra cinema e poesia, sulla loro “visionarietà”. Il perché la poesia non abbia un pari numero di lettori come il cinema di spettatori è certo dovuto al diverso impegno che richiede la lettura. In fin dei conti, allo spettatore di un film è richiesta un’attività quasi del tutto passiva; ad un lettore è richiesta una capacità d’introspezione, d’interpretazione e di sintesi quasi perversa, per tornare a quanto si diceva più sopra. Per questo una poesia compete a fatica con un film o anche, ma per altri aspetti, con la sedimentazione lacustre di un romanzo.

 

 

Lei è anche traduttore. Dal latino, dall’inglese, dallo spagnolo. Con che approccio svolge l’attività di traduzione? Qual è la chiave per l’equilibrio tra l’opera originale e l’opera ricreata?

Mi è già capitato di chiarire, in un paio di occasioni, che cos’è, per me, la traduzione: un servizio compiuto con umiltà, ma anche con orgoglio; ovvero, quello di pormi di fronte a un testo per fargli da specchio, impiegando tutte le risorse di attenzione, sensibilità, capacità e conoscenza della lingua (mia ed altrui) di cui dispongo, mettendole al servizio del poeta che traduco per renderne idee, concetti, sentimenti e senso nel moderno nostro sentire – se si tratta di un poeta di un tempo precedente –, senza tradirli ma anche senza aggiornarli, solo illuminandoli per renderli comprensibili all’occhio e al cuore moderno; nel caso di un poeta contemporaneo, perché quegli aspetti superino le sia pur (ormai) deboli barriere della diversità di lingua e di sentire. Ogni poeta ha un suo ritmo, perfetto equilibrio fra pensiero e suono, e ogni ritmo richiede un’attenzione speciale e specifica, perfino filologica, da parte di chi deve interpretarlo e renderlo nella propria lingua. Il criterio che ho sempre seguito (a cominciare da Domenica mattina, il poemetto dell’americano Wallace Stevens, per finire con Ladro gentile, la mia traduzione di un cospicuo numero dei sonetti di Shakespeare) si ispira a queste parole di Ezra Pound: “Il modo migliore di tradurre è di usare il linguaggio che l’autore avrebbe usato se la sua lingua fosse stata quella del traduttore”. Non vuol dire attualizzare, ma rispettare le diversità; in altre parole, rendere Shakespeare, per esempio, godibile per un lettore moderno senza sacrificare la consapevole bellezza del suo verso o la semplice e al tempo stesso complessa struttura del suo sonetto. Ma nemmeno mancando di rispetto al ritmo della nostra lingua.

 

Negli anni ‘80 la rivista (“Arsenale”, fondata insieme, tra gli altri, a Gianfranco Palmery), oggi il blog (poesiesenzapari.blogspot.it). Lo stesso modo di comunicare la poesia, adeguandosi ai tempi? E restando nella propria dimensione di poeta appartato e riservato quale tutti la descrivono?

 

“Arsenale” fu una sfida. Quando con Gianfranco Palmery, Valerio Magrelli, Giovanna Sicari, Alessandro Ricci e altri, decidemmo di fondarla non eravamo interessati a fare una rivista di tendenza, non pensavamo – come gli amici delle contemporanee “Braci” e “Prato pagano” – di rinnovare la lingua, o il modo di scrivere poesia dopo la sbronza neoavanguardista. Per noi la lingua era già nuova, ovvero antica: era un dato di fatto. Ci interessava più una poesia come forma di conoscenza: i testi creativi dovevano costituirne la prova dal vivo, mentre alla riflessione critica, nella forma del dibattito o del saggio, spettava il compito di esplorarne le possibilità e i limiti: così è scritto nell’editoriale del primo numero. L’intento del blog che mi diverto a fare da qualche anno è ben diverso: solo quello di offrire qualche buona poesia secondo il mio personalissimo gusto, senza nessun’altra ambizione. Aggiungendo che il mezzo – il blog, ovvero internet – mi parrebbe una splendida opportunità per la poesia, se non fosse che troppi brutti versi troppo spesso vi si leggono. Quanto alla mia dimensione di poeta appartato e riservato – che è come dire semi sconosciuto, in questo tempo di presenzialismo a tutti i costi – mi sta bene così perché essa mi è congeniale e perché mi bastano le “lodi” di pochi estimatori sinceri.

 

 

Com’è la poesia oggi? Quali sono i poeti contemporanei di cui consiglia la lettura?

 

Questa è certamente la domanda alla quale è più difficile rispondere. Perciò mi faccio aiutare. Nell’Almanacco della Cometa del 1990, Gianfranco Palmery scriveva: “Come sappiamo da tempo il singolare e l’assoluto hanno lasciato il posto al relativo e al plurale. Così per questi anni eccentrici e circolari più che di poesia si deve parlare di poesie, tanto vari e diversi sono i modi di intenderla e di praticarla: forme e intenti che potrebbero appartenere a secoli differenti in questa fine di secolo invece convivono, come la varietà delle merci sugli scaffali di un supermercato”. A distanza di quasi trent’anni stiamo un po’ peggio, mi pare di poter dire. Quanto ai poeti di cui consiglierei la lettura… Anche qui mi faccio aiutare, limitandomi però a quelli della mia generazione. Un lettore, commentando una nota di Stefano Guglielmin (sul blog “Blanc de ta nuque”) a L’osservatorio così scriveva, tra l’altro: “Si nominano nella nota altri due poeti, Alessandro Ricci e Carlo Bordini che, insieme a Dalessandro e ai milanesi Giancarlo Pontiggia e Umberto Fiori, sono tra i più originali della loro generazione”. Quelli sono i poeti che anche io inviterei a leggere. Aggiungendone almeno altri quattro che non sono più con noi: Beppe Salvia, Giovanna Sicari, Attilio Zanichelli e Gianfranco Palmery.