Marco Paone intervista Francesco Terzago

Francesco Terzago (Verbania, 1986) ha studiato Linguaggi e tecniche di scrittura a Padova. Ha collaborato con diverse riviste e progetti culturali in rete. Fa parte della redazione di In Pensiero e Argo; su quest’ultima ha pubblicato L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013); è anche il direttore artistico della collana «Argo, annuario di poesia». Da poco è uscito il suo libro autoprodotto, Caratteri. Altre sue poesie si trovano in svariate riviste: Italian Poetry Review, ClanDestino, Le Voci della Luna, Nuovi Argomenti e ALI. Parte della sua opera è stata raccolta nelle antologie La generazione entrante (Ladolfi Editore) e Poeti della lontananza (Marco Saya Edizioni), oltre ad essere ospitata in diverse pagine web e blog dedicati alla poesia. Gestisce anche il suo blog personale, reperibile all’indirizzo http://vermena.blogspot.it/.
Hai da poco pubblicato il tuo libro Caratteri, una raccolta che cesella la tua traiettoria poetica fra il 2006 e il 2016. Qual è il maggiore scarto che vedi nella tua scrittura e in te stesso fra oggi e dieci anni fa? Sei riuscito a “fare i conti con i [tuoi] novemila giorni di vita”?

Quando ho iniziato la stesura di questo lavoro avevo avuto alcune intuizioni che, con il trascorrere del tempo e con lo studio, sono maturate. Il mio scopo era, ed è, quello di rimuovere il maggior numero possibile di riferimenti a ciò che è attuale, oltreché a dei luoghi specifici, toponimi, facendo sì che l’indeterminatezza dell’epoca nella quale viviamo emergesse in una sovrapposizione delle geografie, in un’ambiguità, in un amalgama. Il mio soggiorno in Cina, di due anni, ha corroborato questa mia visione. C’è qualcosa, nel carattere stesso del genere poetico, che supera il limite tra le epoche, questo logicamente al di là della globalizzazione e, dunque, al di là della soppressione dei confini, non già per le persone, ma per i capitali. Questo libro cerca di descrivere, con calma e ferocia, la globalizzazione e fare questo senza alcun fine retorico spompato. Un libro che riguarda l’umana ventura perché la poesia alla quale mi riferisco, i modelli che imito, sono capaci di una relativa autonomia rispetto alle coordinate temporali in cui compaiono. Ovvero, leggere Marziale, Dante, Montale, Shakespeare… Cambia il codice, senza dubbio (e non è un aspetto che sottovaluto) ma le urgenze che questi autori hanno espresso sono tra loro simili. Sgorgano da esseri della stessa natura. Per scrivere i testi di Caratteri sono partito da una concezione, forse ingenua: riconoscere somiglianze anziché erigere muri. Sono partito dalle parole, andavo cercando per le strade, alle fermate degli autobus, ai sit-in di protesta, nei fast-food, nei parchi divertimento – armato di un registratore – dei frammenti di discorso poetico. Questo ha reso alcune mie poesie forse un po’ goffe perché, le scelte linguistiche che ho operato erano volte a simulare le varietà dell’italiano parlato ma mediato, mediato dagli strumenti della letteratura. Esercitandomi, rivedendo questo corpus, ho cercato di conferirgli maggiore armonia, levigare queste pietre grezze. Dargli la necessaria coerenza e coesione. Confesso che ho sempre invidiato a Petrarca la capacità di produrre versi attingendo a un serbatoio lessicale, più povero quando lo si confronta a quello di Dante.

Nella tua poesia è ricorrente il concetto di ‘eredità’ come possibilità di rinnovamento: “sta nella morte / delle cellule, la nascita dell’acqua, e non nel cielo”. Cosa rimpiangi della lingua dei nonni, che sono figure così presenti nei tuoi versi?

Nonni e bambini, parafrasando i versi di un mio amico (Andrea Bonomi), hanno un legame molto stretto. I primi avrebbero molto da insegnare, i secondi da imparare – il fatto è che, salvo certi casi, questo contatto tra generazioni non si stabilisce e se si stabilisce dura troppo poco tempo. Sono cresciuto per alcuni anni con mia nonna, quella materna, ed è stata una delle mie fortune. I miei nonni sono entrambi morti prima che io li potessi conoscere. Morti quando i miei genitori erano giovani. Mio nonno materno è morto di tumore, era un docente universitario e trascorreva molto tempo in laboratorio. Quello paterno era un imprenditore ed è morto di infarto. Il mio nome, Francesco Maria, rappresenta un sodalizio, un sincretismo tra quest’ultimo e la persona che mi ha cresciuto e che mi ha consegnato, come se fosse stata un tedoforo, la fiaccola della curiosità, appunto mia nonna Maria. Alcune settimane fa, a casa di una delle mie zie, ho avuto modo di avere tra le mani alcune delle foto che Maria aveva scattato tra i ’50 e i ’60, in Germania, lei era tedesca. Una decina di scatti che sono simili, per composizione, ai miei. Io nemmeno sapevo che lei avesse questa passione (è stato mio zio Claudio a insegnarmi a tenere una macchina fotografica in mano), questo per dire che devo a lei molto del modo che ho di vedere, devo a lei la grammatica delle immagini. E ritengo che immagini e poesia abbiano un rapporto che non è possibile sottovalutare.

Passato e presente ritornano nel tuo libro come punti che uniscono mondi differenti, quali la provincia italiana e le strade della Cina, realtà di cui anche sottolinei il comune assoggettamento all’omologazione commerciale. Credi nella poesia come forma di denuncia?

Credo che la poesia sia quel luogo dove si rigeneri il linguaggio. Quel luogo dove sia possibile recepire delle forme provenienti da registri tra loro distanti. Dove queste si mischino, e dove convivano nel disvelamento di un’armonia inedita. Questo è uno dei compiti di un autore, prendersi cura del suo giardino: l’idioletto. In questi termini la forza della poesia è, tutt’ora, immensa e insostituibile – bisogna ribadire un concetto, ogni persona dispone di uno strumento, uno strumento che è proprio alla nostra specie, la creatività linguistica. Ciò consente a tutti di proporre messaggi sempre nuovi e, soprattutto, che questi messaggi possano essere interpretati, capiti da altri (oltreché rimasticati da noi stessi), poetare è un esercizio selettivo di questa proprietà e chiunque, a modo suo, l’ha esercitato. Se riteniamo che al modo in cui parliamo, e scriviamo, corrispondano quelle parole che definiscono gli spazi del nostro pensiero, ogni azione volta a rinnovare questi paesaggi è, di per sé, un atto rivoluzionario. Intendo dire che ognuna di queste formule potrebbe essere accolta nella mente e nel cuore degli altri, determinandone, almeno in termini di bildung, un cambiamento. Non mi illudo. Non posso alterare il mondo con la poesia, se non in alcune sue minuscole parti, quasi in uno sforzo di nominazione, posso però dare gioia e fornire un piolo, se non il primo, di una scala alla quale qualcuno che mi sia simile si possa aggrappare, su cui possa salire. A me basta scoprire una comunanza con quegli animi che mi sono affini. Là fuori, una mia frase, potrebbe essere stata ripetuta in questo momento, essere lo snodo di qualcos’altro, di una conversazione, di un pensiero. Qualcosa al di là del mio controllo, come un tronco che si biforchi una prima volta non può sapere quali gemme possano crescere dopo ogni ulteriore diramazione comunque sentirà su di sé gravare il peso delle foglie che egli stesso sorregge.

La vita è mutamento”, sostieni, un dato di fatto ineludibile per chi insegue un “lavoro che va / da una parte all’altra, senza dirci niente”. Quali sono i vantaggi di questo nomadismo?

Dai diciannove ai trent’anni ho cambiato dieci case. Tra l’Italia e la Cina – ho, come mi è stato possibile dire in alcuni miei versi, inseguito il lavoro – come altre opportunità, altrettanto se non più preziose. Ho avuto modo di vedere mondi tra loro molto distanti che, nell’apparenza, a malapena si lambiscono ma che nella sostanza sono indissolubilmente interconnessi – per esempio, per alcuni mesi ho collaborato con una rivista, Luxos, per la quale mi occupavo di recensire ristoranti e posti frequentati da un pubblico alto spendente (parlo della Cina), mischiarmi ai così detti capitalisti nomadi, allo stesso tempo mi muovevo, avendo per Virgilio i miei studenti dell’Accademia di belle, per i villaggi abbandonati nella fascia periferica di Guangzhou. Vedevo così ciascuno degli effetti che corrispondono al fenomeno che definiamo con il termine di globalizzazione, su ciascuno strato di quel popolo, sui marginali, le persone ai margini. Tornato in Italia, o girando per le strade di Liverpool, ho scorto numerose analogie, accorgendomi non già delle differenze – sarebbe stato troppo facile, ma delle somiglianze. Se è vero che questa cifra esperienziale mi ha disilluso, mi ha portato a sollevare degli schermi, ho potuto allo stesso tempo cogliere il fascino, la forza della diversità, il potere di ciò che è fragile ed effimero, e che vive solo per poco, prima di essere schiacciato, sparire per sempre – come una mammola che compare tra gli interstizi di un selciato. Distinguendo sempre due piani, quello dove mi è possibile operare delle scelte morali e un altro, dove affronto gli eventi di cronaca e le grandi narrazioni contemporanee con una meditata distanza psicologica, tendando una meditata distanza psicologica. Sono diventato un po’ freddo.

Al contrario, La tua scrittura si schiude in una prosa poetica che attraversa calma i diversi scenari di quotidianità da te osservata. È un modo per analizzare o ribaltare la velocità dei tempi che descrivi?

Al di là della frenesia, al di là delle situazioni che riempiono le nostre menti, i nostri giorni, in altre parole, superando i confini tracciati dal quotidiano che si distingue nelle informazioni di consumo, nei fatti di cui non conserveremo alcun ricordo, io credo ci sia una regione di quiete, uno spazio dove sia possibile scorgere delle figure capaci di perdurare, rivolgo le mie poesie proprio a questo.

A proposito di Cina, cos’è che maggiormente ti ha impressionato della tua esperienza in questo paese?

La vastità dei processi che la riguardano, come un individuo si perda nell’estensione delle masse, come il suo contributo, in realtà fondamentale per l’equilibrio complessivo del paese, sembri essere ininfluente, come se si parlasse di omeopatia – eppure, in quel contesto, soprattutto in quel contesto, a cui corrispondono leggi e meccanismi apparentemente duri e inospitali, è possibile imbattersi in voci riconoscibili e altissime. In ogni caso quella smisuratezza continua a spaventarmi e a sorprendermi, sembrano eccessive perché un uomo possa pensare di poterne avere una completa coscienza, governarne nei suoi pensieri le complessità – sì, mi spaventano ma, in virtù di quanto ho appena detto, ne subisco il fascino e, forse perfino mi rassicurano; una tale moltitudine capace di seguire una comune direzione mi dà speranza anche se il tributo che richiede una simile convivenza non sia poca cosa.

Infine, come lettore, che legame hai con la letteratura cinese? Che suggerimenti letterari ti senti di fornire?

Non è una domanda semplice alla quale dare risposta. Non sono uno studioso di letteratura cinese. Il periodo che ho trascorso in quel paese ha previsto che io mi occupassi di alcune ricerche, analizzavo, registravo gli effetti della globalizzazione. Cercavo di capire perché la loro arte spontanea andasse sovrapponendosi, in termini di linguaggi espressivi, a quella occidentale. Imitasse la seconda e non ne fosse autonoma. Per essere precisi imitasse la creatività urbana in salsa americana, nel writing, nella street art.
Al di là di Mo Yan, di cui suggerisco la lettura di “Le rane” mi troverei più a mio agio raccontando di altre latitudini, ecco, si può capire molto di un popolo da ciò che scrive sui muri delle sue città. Una forma di graffitismo molto diffusa in Cina vede le persone in cerca di lavoro lasciare il proprio numero di telefono impresso sull’asfalto, per esempio alla fermata degli autobus. Ancora, in una casa degli avi, abbandonata, decomposta sulle placide rive del Fiume delle perle, ho visto un murales che ritraeva Mao. Risaliva al periodo della Rivoluzione Culturale: oltre a questo strato di vernice scolorita si intravedeva una precedente illustrazione a tema sacro –, soprattutto, al di sopra di queste due immagine ce n’era una terza, più recente: una tag, in inglese, di un blu elettrico che aveva a che fare con il capitalismo.

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