Dioniso, l’entusiasmo poetico e il vino come elemento terragno

di Martina Pazzi (da Perugia Online, 12 ottobre 2016)

“Anima mia, alla tua zolla detti da bere ogni saggezza, tutti i vini nuovi e anche tutti i forti vini della saggezza, vecchi di immemorabile vecchiezza. Anima mia, io ti innaffiai con ogni sole e notte e silenzio e anelito: e così tu crescesti per me come una vite. Anima mia, ora sei traboccante di ricchezza e greve, una vite dalle gonfie mammelle e dai grappoli densi, bruni come l’oro: densa e compressa di felicità, in attesa per la tua sovrabbondanza, e vergognosa perfino del tuo aspettare”. Friedrich Nietzsche, in Also sprach Zarathustra, tesseva un elogio ai vini nuovi, ad un’anima, la sua, in grado di crescere rigogliosa come una vite. È Dioniso, che incarna il dio del vino. È al dionisiaco, opposto all’apollineo equilibrio, che il filosofo tedesco dedicò, negli anni Settanta dell’Ottocento, La nascita della tragedia, opera nella quale si analizza l’antitesi terminologica fra questi due impulsi: l’ebbrezza e l’entusiasmo, per quanto pertiene al primo, l’armonia e l’ordine per quanto concerne, invece, il secondo.

E, d’altronde, il tema del vino rappresenta un leitmotiv nell’ambito della letteratura tutta, e della poesia in particolare: si pensi a Omero, Orazio, Ovidio, ma anche a Baudelaire. “Poesia e vino” è il titolo del secondo incontro della seconda edizione di Umbria Poesia, che si è tenuto ieri, martedì 11 ottobre, nei locali di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, e che ha registrato la partecipazione di tre ospiti, oltre che di un nutrito, e affezionato pubblico, e del musicista Domenico Caglioti: Luigia Sorrentino, poetessa campana residente a Roma, e fondatrice del primo blog di poesia di Rai News, uno spazio di discussione sulla letteratura, la poesia, le arti in generale, Francesco Dalessandro, poeta e traduttore romano, fondatore, negli anni Ottanta, della rivista di letteratura “Arsenale”, diretta da Gianfranco Palmery e curatore del blog Poesie senza pari, e Costanza Lindi, editor free-lance, e poetessa umbra, la cui ultima raccolta, Berretto a bubbole, è stata edita da Midgard Editrice lo scorso anno. Un breve excursus sul tema del vino, sul rituale della festa e su Bacco, ha caratterizzato l’intervento iniziale, quello di Luigia Sorrentino, che, pronunciandosi in merito all’incarnazione, da parte di Dioniso del dio del vino, ha affermato: “il vino è un elemento primigenio, del cosmo: Dioniso era un dio mobile, costantemente paragonato, in ambito letterario, alla figura di un dio che muore, a Gesù Cristo. Forte e pregnante, l’aspetto relativo alla festa, a ciò che va oltre una realtà misurata”. E, sul tema dell’immobilità del dio, e della sua fissità, Luigia Sorrentino ha letto dei versi tratti dalla sua silloge poetica, Olimpia, edita per i tipi di Interlinea Edizioni: “la permanenza – così la descrive –, la distanza dal limite”, “dopo la notte, il soffio penetrò (…), un cristallo di respiro addosso le restò”. E, poi, la condizione del sonno, incastonata nei versi dell’omonima poesia, tratta dalla stessa raccolta: “La condizione umana chiude in sé la forma del tempo che non vuoi più, allora ti incammini tastando muri che non vedi, conosci la disaffezione negli occhi (…)”. “Non vorrei pensaste che fossi astemio”, esordisce ironicamente Francesco Dalessandro, autore, fra le altre opere, de I giorni dei santi di ghiaccio (Siena, Barbablù,1983), Lezioni di respiro (Roma, Il labirinto, 2003), Aprile negli anni (Puntoacapo, Novi Ligure, 2010), e traduttore di Byron, Keats, Orazio, Francisco Chica: se Omero, nel canto IX dell’Odissea, tesse un elogio del banchetto, Shakespeare in Macbeth, passa in rassegna gli effetti fisici cui il vino può portare. Dalessandro, dal canto suo, ricostruisce l’atmosfera intima di una serata trascorsa con amici sinceri, “coi quali – afferma – si può dire la verità, senza essere fraintesi, senza cadere nella faziosità, coi quali, cioè, bere del buon vino può essere abbinato, come voleva Pound, ad argomenti di conversazione fra persone intelligenti”.

Traccia un percorso che, dalle epistole di Orazio, conduce alle elegie di Ovidio, Dalessandro, in cui il vino viene interpretato come un aspetto fondante del banchetto, del simposio, del sollievo rispetto al dolore, della dimensione del non-inganno: nella sua poesia, invece, se manca questo tipo di elogio, si ha una leggerezza di scrittura, che è equiparabile all’ebbrezza, nella tensione a forgiare qualcosa di intelligibile, che non ha nulla di affettato, di manieristico (“Nel silenzio della mente anche una piuma fa rumore se cade, anche una foglia se il vento la tocca. Questo i poeti sanno dai poeti (…)”). Intraprende un viaggio fugace all’interno del rapporto fra poesia e vino, Costanza Lindi, autrice della raccolta Berretto a bubbole, leggendo versi di poeti che si sono accostati a questo tema, interpretando il vino come un elemento stagionale, legato ad una situazione calda e distesa, così come caldo è questo elemento che nasce dalla terra: il vino, dunque, come piacere comune di assaporare lo stesso gusto, ma anche come mezzo metaforico di cancellazione, di oblio. Legge Sandro Penna, Mario Benedetti, Anna Achmatova, Cesare Pavese ed Elisa Biagini, Costanza Lindi, nei cui versi il vino, in quanto elemento terragno, avvicina l’atto del lettore con quello dello scrittore, riuscendo ad “impastare la paura con il pane”. “Parlami, ma aspetta – si legge in una poesia della Lindi, inedita –. L’andatura può farsi meno ritmica. Aspetta che le soste avvengano e la paura fiorisca. Aspettate, parole e perdonatemi. Disturbo la genesi del regno nudo (…)”.

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