Le frontiere della poesia

 

Terzo incontro, all’Umbrò di Perugia, per “Umbria Poesia”, con Franco Buffoni, Maddalena Bergamin e Marco Paone.

 
Le frontiere della poesia

PERUGIA.  “Abbandono le strade / d’asfalto bollente e segnaletica: / strade su strade lisce che si curvano / si affossano, si abbassano, crescono / vanno senza portarti in nessun posto”. Hone Tuwhare, poeta neozelandese scomparso nel 2008 (Marco Sonzogni titolava “Un cantastorie alla fine del mondo” l’articolo dedicato a questo “poeta della gente”, nel numero di “Poesia” di novembre 2014, anno XXVII, no. 298), era solito viaggiare. Varcare frontiere. E, quindi, percorrere sentieri, attraversare confini.Di frontiere e di poesia si è parlato in occasione del terzo incontro di “Umbria Poesia”, il progetto ideato da Maria Borio, Costanza Lindi, Francesca Regina, Carlo Pulsoni e Marco Paone, in collaborazione con Massimiliano Tortora, che, ogni mese, nei locali di Umbrò, in via Sant’Ercolano a Perugia, dà vita ad uno spazio di dialogo tra autori – alcuni dei massimi esponenti del panorama poetico contemporaneo – e lettori/spettatori, sospesi nella dimensione del suono dei versi, nella loro scansione temporale. E dopo “Poesia e viaggio”, con Antonella Anedda, Lorenzo Chiuchiù e Maria Borio, e “Poesia e medicina”, con Maurizio Soldini, Francesca Tuscano e Vera Lùcia de Oliveira (il quarto appuntamento con Umbria Poesia è stato fissato per il 17 maggio, con Carlo Bordini, Ernesto Livorni e Mira Yara, che rifletteranno sul binomio “Poesia e notte”), l’incontro di venerdì 15 aprile è dedicato al tema della frontiera, intesa sia come confine spaziale, che come limite di genere.

Un argomento ricco di implicazioni, antropologiche, sociali, cognitive, anche. Attualissime. Con l’accompagnamento musicale di Flavio Iuliani, Marco Paone, insieme a Maddalena Bergamin, giovane poetessa padovana (la sua prima raccolta, Comunque, la pioggia, è uscita nel 2007) attualmente impegnata in un Dottorato di ricerca alla Sorbonne, e Franco Buffoni, traduttore, fra gli altri, di Keats, Byron, Coleridge e Wilde, ordinario di Critica letteraria e letterature comparate, giornalista (dal 1989 dirige la rivista Testo a fronte, sulla teoria e pratica della traduzione poetica), e poeta (sue, solo per citarne alcune, le raccolte Nell’acqua degli occhi, Quaranta a quindici, Scuola di Atene, con cui vince il Premio Sandro Penna nel 1991, e Noi e loro, edita da Donzelli nel 2008 e vincitrice del Premio Maria Marino, del Premio Anna Osti e del Premio Suio Terme, hanno riflettuto sul binomio poesia-frontiera. Ed è proprio da quest’ultima raccolta che Buffoni trae, per il pubblico di Umbria Poesia, alcuni versi, che ben esemplificano la trasposizione, in versi, del linguaggio giornalistico, e, più precisamente, di due trafiletti del Corriere della Sera, come lui stesso dichiara: la frontiera, in questo caso, è rappresentata da un cavalcavia (“Una condanna per te, dal parapetto del cavalcavia, svegliandoti in modo più gentile”) e dal confine, valicato, di effusioni e “opinioni scambiate discretamente” durante un Gay-pride romano.

Legge alcuni versi della poetessa anglo-indiana Kamala Das, nella cui opera il tema della frontiera passa per la lingua, per quella zona franca in cui non c’è possesso, né della lingua di origine, né quella cui si tende: “Parlo tre lingue, scrivo in due, sogno in una sola (…). Mia diventa la lingua che io parlo”. Termine “frontiera” con un chiara valenza storico-politica: che senso ha scrivere poesie, nella realtà dei campi-profughi? Il confine, allora, passa per l’inutilità di scrivere poesia e l’insistenza e l’urgenza della scrittura? C’è una poesia inutile ed una poesia che “fa”, nell’accezione greca del termine? A queste domande ha risposto Maddalena Bergamin, la cui riflessione si è focalizzata anche sull’ironia, sull’umorismo (proprio, ad esempio, dell’opera di Vito Riviello), sullo scardinamento del linguaggio comune, insito nella poesia, specie in quella di Patrizia Cavalli (legge versi tratti da La guardiana, Bergamin, la guardiana che allude a una porta che non c’è, così come non può esserci un completamento, un compimento, tanto che si gioca “io alla porta, tu alle chiavi”).

Frontiera che passa anche per il rapporto madre e figlia, per la tensione verso un mondo che non si conosce, per due inediti in cui la malinconia e la nostalgia rappresentano “sentimenti a mezz’asta”, e la “la nebbia che si tocca” si trasforma in una parete. Frontiera, infine, come mappa, come passione cartografica, come soglia, per Marco Paone, nella cui perfomance torna ancora l’idea del confine come crepa (“L’Europa crepata si sfalda” scrive Maria Luisa Spaziani). Legge in gallego, Paone, e in italiano: “Amo le mappe perché dicono bugie, perché sul tavolo mi dispongono un mondo che non è di questo mondo”. Perché, come scrive Juan Antonio González-Iglesias, “una poesia è meglio di Google Maps”.

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